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La politica italiana è strana. Se un leader politico vivacchia, o - per usare il lessico andreottiano - tira a campare, attira su di sé la qualifica di doroteo, di uno cioè concentrato più a durare che a governare. Se, invece, un leader si agita per cercare di cambiare le cose, attira su di sé l’accusa di autoritarismo e fascismo. Le recensioni sulla classe dirigente nazionale non conoscono mezze misure: o sei viso pallido o sei viso sanguigno. Pochi vogliono andare in profondità: non è detto che stare fermi sia un male, così come non è detto che muoversi come una pallina da flipper sia un bene. E viceversa. Dipende dalle cose che si fanno e dalle conseguenze che esse provocano.
 

Quando nel 1958, il generale Charles De Gaulle (1890-1970) creò, in Francia, la cosiddetta Quinta Repubblica, cui seguirà la Costituzione semipresidenziale, l’allora segretario del partito socialista, Francois Mitterrand (1916-1996), la stroncò senza se e senza ma, definendola un «Colpo di Stato permanente». Ma siccome la Storia produce più sorprese di mille uova di Pasqua, il caso ha voluto che grazie al Sistema congegnato dal Generale, il suo antico oppositore Mitterrand abbia potuto guidare la Francia per due mandati presidenziali. Segno che non sempre le riforme pianificano, secondo le intenzioni originarie, gli assetti di potere dell’avvenire. Dietro l’angolo ci può essere l’inatteso, l’imprevedibile, il Cigno Nero, per dirla con il titolo del best-seller del saggista libanese Nassim Nicholas Taleb.

Matteo Renzi fa bene a voler riformare il sistema politico, anche perché non si comprende perché il sindaco o il presidente di una Regione detengano poteri reali nell’amministrazione e nel governo di una comunità, mentre il presidente del Consiglio debba camminare ogni giorno sui carboni ardenti. La Costituzione, infatti, non gli attribuisce i poteri di un vero capo di governo, tutt’al più quelli di un primus inter pares. Il che, obiettivamente, costituisce una contraddizione, oltre che una palla al piede quotidiana.

Ma Renzi sbaglia a voler imporre le riforme a colpi di frusta. Primo, perché non è detto che, così agendo, la complessa operazione possa andare in porto. Secondo, perché il pacchetto di riforme da lui presentato rappresenta una novità nel ventaglio dei sistemi politici europei: la qual cosa è un’incognita assoluta perché potrebbe comportare più problemi di quelli attuali, ad esempio al Senato, che non scompare del tutto e che su alcuni temi potrebbe o dovrebbe esercitare poteri di interdizione e di blocco non previsti dal legislatore di Palazzo Chigi.

Insomma. Non è detto che tutte le riforme possano e debbano funzionare «a prescindere». Aldo Moro (1916-1978) non era un reazionario, semmai un riformista illuminato. Eppure non si fece mai sedurre dal fascino delle riforme a tutti i costi, alcune delle quali, varate dopo la sua uscita di scena, non furono e non sono tuttora estranee al mega-debito pubblico italiano e alla degenerazione morale della vita politica nazionale.

Tutto sta a intendersi, allora, sulla natura delle riforme da varare, tenendo presente che un Paese davvero liberaldemocratico ha bisogno di pesi e contrappesi, di organi di controllo in grado di scongiurare qualsiasi deriva autocratica. L’esperienza americana dimostra come sia possibile la coesistenza e la convivenza tra istituzioni forti. L’esperienza italiana testimonia, invece, come sia complicata e controproducente la coesistenza tra istituzioni deboli, esposte agli imprevisti del caso, e sottoposte a un continuo logorio. E quando le istituzioni sono deboli, è il «momento», il contesto, non la Legge (quella che non si confonde con il positivismo giuridico) a stabilire chi prevale, chi ha l’ultima parola. In Italia una volta prevale il governo, una volta i partiti, una volta il potere economico, una volta la magistratura (a tal proposito: bisogna aspettare ancora molto per affidare a un solo magistrato la custodia delle intercettazioni non attinenti con le indagini, scongiurando così il coinvolgimento nel tritatacarne mediatico-giudiziario di chi non c’entra per nulla?).

La verità è che, mai, questi poteri, in Italia, si controllano e si limitano a vicenda, tutti insieme. E così, di incertezza in incertezza, il declino avanza, producendo perfino reazioni paradossali, come le perplessità della tribuna stampa nazionale sull’ingresso dei cinesi nell’azionariato della Pirelli. Quasi che la Pirelli non fosse già adesso una multinazionale e quasi che bisognasse erigere muri contro lo sbarco di investitori stranieri. Persino Karl Marx (1818-1883) non si capaciterebbe di fronte ad alcune argomentazioni, lui che ha descritto il capitale come una risorsa senza nazionalità, senza patria.

Ciò detto, il Paese necessita di riforme. Più culturali che politiche. Più giuridiche che istituzionali. Più economiche che elettorali. Siamo partiti da De Gaulle. Ma De Gaulle era De Gaulle.

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