Martedì 26 Marzo 2019 | 02:59

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Quando il mitico Jean Baptiste Colbert (1619-1683), ministro delle Finanze sotto il Re Sole (1638-1715), convocò i principali mercanti francesi per chiedere loro cosa potesse fare lo Stato per il commercio si sentì rispondere da Thomas Legendre, numero uno della categoria, che era meglio lasciar perdere. «Nous laissez faire», lasciateci fare, fu la frase letterale di Legendre, successivamente adottata dal pensiero liberista dell’intero Occidente.

Oggi nessuno si sognerebbe, fra commercianti e imprenditori, di esonerare lo Stato dal compito di intervenire nelle attività economiche, anche perché la corsa agli aiuti pubblici costituisce il vero sport nazionale, più del pallone e dei riti ad esso collegati. Ma va anche detto che lo Stato, quando si muove, sovente fa di tutto per creare problemi, anziché contribuire a risolverli.

Prendiamo il caso delle vacanze estive, che il ministro del lavoro Giuliano Poletti, persona peraltro pragmatica, lontana dalle fumoserie ideologiche, vuole tagliare per costringere gli studenti a misurarsi con la formazione professionale in fabbrica o in una bottega artigianale. L’idea, in sé, non è malvagia, anche perché evoca l’adolescenza di parecchi degli attuali anziani, quando l’estate non era solo sinonimo di mare e passeggiate, ma era l’occasione per avvicinarsi a un mestiere, il cui praticantato poteva sfociare in un lavoro per tutta l’esistenza, o poteva preparare gli allora tirocinanti alle durezze della futura vita da adulti.

Erano scelte individuali e familiari, quelle. Scelte libere. Così come erano liberi il barbiere o l’elettricista di offrire un’occasione ai ragazzi senza incorrere nelle sanzioni della legge contro il lavoro sommerso, così come avverrebbe adesso. Nessun ministro saliva in cattedra per suggerire o imporre ai ragazzi di non distrarsi troppo durante i tre mesi di vacanza e, invece, di approfittarne per apprendere qualcosa nel laboratorio di un falegname. Anche perché, se lo avesse fatto, avrebbe ottenuto il risultato opposto. Le imposizioni dall’alto producono, di solito, moti di insofferenza, indifferenza e renitenza. I predecessori di Poletti, invece, erano meno invasivi e pervasivi, il che agevolava la libertà di decidere, da parte di tutti, come impiegare il tempo libero a disposizione.

Ma c’è dell’altro. Quando la classe politica si attiva per realizzare un’idea o promuovere un’iniziativa, è portata a sottovalutare gli effetti, le conseguenze collaterali delle sue intenzioni e azioni. Che, a volte, possono creare più diseconomie, più problemi, più disagi di quelli che s’intendono ridimensionare. Intervenire sui tempi delle vacanze scolastiche non è una misura priva di rischi, perché al periodo della chiusura delle scuole è legato, in gran parte, il business del turismo. Che facciamo? Riduciamo l’arco di tempo che può dare slancio all’industria delle vacanze, quella che, fra l’altro, riesce a generare più occupazione indiretta dall’occupazione diretta? Sarebbe un autogol da mondovisione, un suicidio economico mica da niente.

Già l’anticipo a settembre - una volta si partiva il primo ottobre - del calendario scolastico non fu una bella pensata, soprattutto per il Meridione, le cui spiagge non poterono più capitalizzare il sole di settembre a causa del rientro, in aula, anticipato. Viceversa, la novità venne applaudita, e sotto sotto, imposta dall’industria vacanziera del Nord, che ebbe modo di sfruttare il raddoppio delle ferie invernali, deciso proprio per favorire il giro (non solo turistico) delle settimane bianche. Business non intercettato, e non intercettabile, dal Mezzogiorno, a corto sia di neve che di montagne.

Ecco come una decisione corredata da molte valutazioni pedagogistiche (sic), tipo l’esigenza didattica di «staccare» nel pieno dell’anno scolastico, alla fine sfocia in un travaso di quattrini da una zona all’altra del Paese: un processo che, chissà perché, vede sempre il Sud nella condizione del penalizzato, beffato e compatito.

Anche l’ultima proposta di Poletti non è esaltante per il Sud, soprattutto se dovesse giungere in porto. La Bassa Italia, a differenza dell’Alta Italia che dispone pure della neve, ha solo due-tre mesi l’anno a disposizione per sfruttare al massimo il sole, che resta la sua principale ricchezza. Se questi due-tre mesi, con la storia che i ragazzi devono avvicinarsi a un mestiere (su direttiva del governo), si dovessero ridurre a uno solo, le prime a rimetterci sarebbero le imprese turistiche meridionali, che oltre alla ormai consolidata contrazione del mese di settembre, si ritroverebbero a fatturare di meno anche nei due mesi precedenti. Come si vede: proposte in apparenza innocue possono incidere pesantemente sui bilanci di aziende e famiglie, sugli stili di vita di ciascuno, sul Pil delle diverse aree geografiche di una nazione. Né vale sottolineare che ogni anno gli studenti meridionali a settembre vanno a scuola con temperature sopra i 30 gradi (il che non è un buon viatico per l’apprendimento); e che gli stabilimenti balneari devono chiudere gli ombrelloni a dispetto del caldo semi-africano.

Il filosofo Giovanni Gentile (1875-1944), architetto della scuola che iniziava a ottobre, tutto era tranne che piacione e caritatevole verso studenti e professori. Se aveva deciso così, programmi di studio e relativi calendari, sicuramente aveva deciso a ragion veduta. Infatti i risultati (positivi) arrivarono. Da quando, invece, la scuola si è trasformata in un carro di Tespi che accoglie qualunque «innovazione», il piatto della produttività professionale (e occupazionale) piange sconsolatamente. Anche se qualcuno, da Roma in più, piange più degli altri.

detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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