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Vittorio B. Stamerra
Papa Francesco leader religioso ma anche leader politico
di Vittorio B. Stamerra

Se votasse, sicuramente non voterebbe per il governo di Matteo Renzi. Anzi, se fosse per lui, prenderebbe a «cazzotti» tutta la classe politica di questo paese, la cui corruzione «puzza» (lui, nella foga del discorso, dice «spuzza») insopportabilmente. Rispetto al comportamento tradizionale della Chiesa, papa Francesco non sembra per niente perdonista. Lo si deduce dalla intensità con cui si rende interprete del disagio, della sofferenza, della protesta di quella parte degli italiani, che sono sicuramente la maggioranza del Paese, sulla quale si è rovesciata la crisi economica e sociale che la politica non è stata sinora capace di affrontare efficacemente e di superare. Si dirà pure che se un papa non sta dalla parte di chi soffre, che papa sarebbe? Discorso “articolato e complesso”, come direbbero i conferenzieri di mestiere, che richiederebbe spazi, sensibilità e competenze che qui non abbiamo. Diciamo però che papa Francesco continua a stupire.

Che il ceto politico, e più in generale il potere comunque rappresentato, non gli sia congeniale lo dimostrano non solo tutti i discorsi che pronuncia nelle sue uscite pubbliche, ma anche i comportamenti perfettamente coerenti con ciò che dice. Nessuno potrebbe accusarlo di predicare bene e poi eccetera eccetera. Esempi se ne potrebbero fare a iosa in tutti e quattro gli anni del suo pontificato. Gli ultimi due ne sono la conferma. Ha annullato la consueta messa pasquale con i deputati e senatori che quest’anno non si terrà. L’anno scorso vi parteciparono oltre cinquecento parlamentari, e con essi a decine i rappresentanti del potere ministeriale e imprenditoriale. Insomma la montagna che partorisce la corruzione che “spuzza”, come ha denunciato nel suo ultimo discorso a Napoli e Scampia. Francesco, con la sua decisione, sembra voler dire che la Chiesa, nonostante certi suoi monsignori traffichini, si colloca dall’altra parte. E’ un messaggio inequivocabile di alto valore prima politico, oltre che morale. Identico a quello di qualche giorno prima, quando ha annunciato un giubileo straordinario per l’autunno di quest’anno senza avvisare nessuno. Se solo pensiamo all’ultimo giubileo, a quello del 2000, alla valanga di denaro pubblico speso in opere, spesso faraoniche ed inutili, che come sempre favorirono progetti straordinari, appalti e le solite tangenti, dobbiamo dire che la svolta è veramente epocale.

Se gli atti che Francesco ha compiuto in questi quattro anni di pontificato costituiscono l’ del partito del papa, c’è posto per tutti gli italiani perbene. Anche per chi non ha il dono della fede e guarda con distacco, se non proprio diffidenza a ciò che accade nelle parrocchie. E non si tratta di “coscienza che diventa trascendenza”, come disse papa Woityla ad un “santo laico” come Sandro Pertini, riconoscendo che si può stare dalla stessa parte pur avendo idee diverse. Quanto questo possa significare sul piano politico generale del paese, questo è un altro fatto e non credo che papa Francesco si sia posto il problema, anche perché da anni la Chiesa ha smesso di essere “parte” nella politica italiana. Almeno ufficialmente.

Perché nei fatti è sinora accaduto il contrario. La Chiesa ha smesso di essere partito, come lo era alla luce del sole con la Dc vent’anni fa, ma ha continuato con le sue organizzazioni collaterali ad essere influente nella società e nel sistema, anche di potere, che ne regola il funzionamento. Ogni riferimento a realtà come Comunione e Liberazione, o all’Opus Dei, tanto per citare qualcuna delle tante lobbies ed organizzazioni collaterali, è solo casuale. Quando Francesco urla nelle piazze che la corruzione “puzza” si rivolge solo alla politica ed ai suoi apparati di potere, o non anche all’interno della Chiesa? E una condanna così pesante, quasi un anatema può essere rivolto solo per qualche monsignore che raccomanda i nipoti più che le anime a Dio, o non a quei potentati che dall’Oltretevere da sempre sono parte integrante del sistema? Il dubbio non è una irriverenza. Non si dimentichi che Francesco è un gesuita, espressione cioè di una cultura che non sempre la Chiesa dell’inclusione e perdonista ha accettato con favore.

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