Giovedì 21 Marzo 2019 | 02:23

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Politica senza programmi e programmi senza politica

Giuseppe De Tomaso
Politica senza programmi e programmi senza politica
di Giuseppe De Tomaso

Una volta, in politica, il programma era tutto. Ci si batteva e ci si contava sulla politica estera, sulla scuola, sulle privatizzazioni, sulle nazionalizzazioni, sull’ingresso in Europa, sulla politica di difesa, sulle Regioni, sulla Cassa per il Mezzogiorno eccetera. Poi il mito del programma cominciò a perdere fascino. Intendiamoci, la parola programma continuò a conservare un certo prestigio, ma più per la sua presa mediatica che per il suo significato originario: i contenuti concreti di una linea politica solitamente astratta. Si completò così la metamorfosi del termine programma: da cartina di tornasole di partiti e coalizioni a specchietto per le allodole elargito all’opinione pubblica.

Il passaggio dal sistema elettorale proporzionale al sistema elettorale maggioritario, quest’ultimo fondato, in Italia, su coalizioni raccogliticce, costruite contro qualcuno, e non già per qualcosa, ha assestato un colpo decisivo alla credibilità del programma, anzi di tutti i programmi. Cosicché, quella che era la parola chiave di mille battaglie di piazza e di aula si è via via svuotata come un cesta di ciliegie. Tanto che oggi tutti sanno (più o meno) per chi (pardon: contro chi) votano, ma nessuno sa per cosa vota. Del resto, i programmi sono interscambiabili come le auto sostitutive delle officine.

Non è da oggi che il medesimo documento programmatico possa essere proposto, indifferentemente, da destra o da sinistra (è già accaduto). Non è da oggi che un identico intervento programmatico possa essere presentato in Sardegna e in Lombardia: tanto a chi interesserebbe un tomo di vocaboli in politichese puro e in burocratese duro? Neppure a coloro che lo voteranno o bocceranno.

Un tempo la nascita del programma precedeva il varo della coalizione. Oggi è la coalizione a precedere il varo del programma. Un po’ come avviene tra i coniugi destinati a immediato divorzio: quelli che vanno sull’altare solo per vedere l’effetto che fa, in barba a qualunque progetto di vita capace di valorizzare una coppia e di nutrire (non solo materialmente) una famiglia.

Un tempo alla latitanza di un programma scritto e sottoscritto dai soci politici di riferimento si rimediava bluffando un po’, citando a casaccio, assicurando i dubbiosi. Oggi, di fronte alla penuria di testi che indichino un’agenda di impegni da rispettare, non si scandalizza nessuno: quello che conta non è il programma, bensì l’effetto annuncio di un’opera o di un progetto che non si realizzeranno mai. Così capita di leggere che un ministro affidava l’incombenza della scrittura del programma al suo più alto papavero di dicastero, col risultato di diventare, il politico, sempre più prigioniero del burocrate inamovibile. Ormai si dice «scrivimi un programma» con la stessa disinvoltura con la quale si chiede all’amico di scampagnata di avvicinare il borsone delle vivande.

Si dirà: tutta colpa della fine delle ideologie. Erano le ideologie a ispirare i progetti concreti di maggioranze e opposizioni. Morte le ideologie, addio programmi su cui confrontarsi o scontrarsi. Sarà. Ma la scomparsa delle ideologie non implica il decesso degli ideali e dei princìpi. Eppoi, non c’è bisogno di mantenere in vita le ideologie per sapere che la contesa politica si fonda su alcune scene classiche ed eterne: più poteri allo Stato o ai privati? Più tasse o meno tasse? Più Europa o meno Europa? Più accumulazione o più distribuzione? Tutto il resto è noia, ripeterebbe la buonanima di Franco Califano (1938-2013).

Tra poco più di due mesi molti italiani torneranno alle urne per rinnovare i consigli regionali. Si è discusso e si sta discutendo di tutto tra i contendenti per la guida degli staterelli italici, tranne che delle cose da fare per tentare di mettere una pezza alla riforma più riuscita, purtroppo, della storia italica: il federalismo della corruzione, stadio finale della frantumazione regionale e della confusione dei poteri tra Stato ed enti periferici.

Tutto è tatticismo, voglia di egemonia, gioco al massacro contro il collega di partito o di schieramento, quasi che le emergenze vere che assediano i territori fossero problemi estemporanei o questioni da affidare all’azione dei posteri. I programmi? E chissenefrega? I cittadini medesimi non vi prestano particolare attenzione.

E allora? Prepariamoci a una campagna elettorale, in cui si potrà ascoltare di tutto, il candidato di destra che si esprime come Maurizio Landini, il candidato di sinistra che parla come Maurizio Gasparri, tanto l’obbligo di un programma chiaro e comprensibile per tutti è sfumato fino al punto che oggi ognuno può dire ciò che vuole: la società liquida post-baumaniana è questa, la nomenklatura potrebbe fare a meno addirittura di ripresentarsi davanti agli elettori riesumando le dosi di ipocrisia che caratterizzano le promesse elettorali. Non vale nemmeno la pena di sforzarsi per imparare a memoria le cartelle o le slide predisposte dai solerti addetti alla comunicazione. Si vota, per simpatia, come votano le giurie dell’Isola dei Famosi, o quelle di Miss Italia. Il che va addebitato, va ribadito, anche a un’opinione pubblica distratta e carosellizzata non solo dalla tv.

Povero programma. Una volta era l’orgoglio identitario di leader e partiti collettivi. Oggi è solo un fastidio sulla strada delle corriere e delle carriere dei candidati e dei relativi sponsor. 

detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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