Mercoledì 20 Marzo 2019 | 15:02

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La litania dei politici: «Non è indagato»

di Michele Partipilo
La litania dei politici: «Non è indagato»
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Dopo tanto vociare, le dimissioni di Maurizio Lupi alla fine sono arrivate. Gesto nobile ancorché tardivo. «Non mi sono dimesso da padre o marito, gli affetti vengono prima di tutto, anche prima di una poltrona», ha detto Lupi nel suo discorso alla Camera. Francamente ci sembra un’autodifesa infelice. Primo perché ha il sapore del «tengo famiglia». Secondo, perché quando un uomo accetta di fare il ministro accetta di stare da parte dello Stato. E con lo Stato si sta fino alla fine. Chieda Lupi che cosa significa questo. Lo chieda ai figli di Dalla Chiesa, ai figli di Bachelet, alle mogli dei carabinieri che girano l’Italia vagando da una caserma all’altra per 1.300 euro al mese, non con lo stipendio da ministro.

Per giorni l’ex ministro e i suoi difensori si sono rifugiati dietro la litania del «non è indagato». Nei tempi moderni è la nuova linea di difesa comune ai tanti politici finiti nel riverbero di una qualche inchiesta della magistratura. Nei decenni scorsi c’era una linea un po’ più arretrata: «non è penalmente rilevante». Oggi «non è indagato». Dimenticano costoro che la legge penale è l’ultimo baluardo di cui l’or - dinamento dispone. Prima vi sono molte altre norme, spesso non scritte e tuttavia note a tutti, che devono essere rispettate. Ma in Italia queste sono allegramente ignorate, salvo poi a strapparci le vesti di fronte all’ennesimo scandalo e ai miliardi delle mazzette sugli appalti finiti in qualche banca all’estero.

«Non è indagato». Ogni volta che un politico s’aggrappa a quest’ancora di salvezza dovrebbe essere consapevole di avere già perso. Invece si continua imperterriti a rifugiarsi dietro posizioni indifendibili, insensibili alle critiche e ai vituperi della pubblica opinione. La resistenza a farsi da parte si trasforma così lentamente in una sorta di legittimazione di ogni condotta immorale: resto fino a che non verranno i carabinieri ad ammanettarmi. È in questa logica che la corruzione mette salde radici e può svilupparsi in ogni ambiente della vita pubblica: dal piccolo Comune fino al ministero più importante. Anzi, per taluni, come l’Ercolino degli appalti, molte inchieste molto onore. Per 14 volte accusato, per altrettante volte uscito indenne o quasi. Il che porterebbe a parlare o di un accanimento giudiziario o di un abile funambolo del codice penale. In ogni caso anche il più ottuso degli amministratori avrebbe dovuto chiedersi se continuare ad affidare un ruolo così delicato e così carico di appetiti smisurati sempre alla stessa persona. Eppure questo è accaduto, alla faccia dell’alternanza di ministri di destra, di sinistra, di sopra, di sotto e di centro. Il solo Di Pietro, che evidentemente aveva il naso allenato, fiutò il pericolo Ercolino e l’allontanò subito. Ma durò lo spazio di un mattino.

Ora che Lupi s’è fatto da parte la situazione si complica e non solo perché occorrerà nominare un altro al suo posto – questo è affare che interessa il mercato della politica – ma soprattutto perché se è andato via lui che «non è indagato», perché devono restare al loro posto quattro sottosegretari che invece indagati lo sono?

Il motto del governo Renzi è «cambiare verso all’Italia». Ci sta provando, in qualche caso ci potrà riuscire. Però dopo le operazioni estetiche di gradevoli presenze femminili nell’Esecutivo, o del Consiglio dei ministri convocato alle 7.30 del mattino, è tempo di passare alla sostanza. E il fronte della corruzione è un banco di prova più che attendibile. Anche qui è già pronta una linea di difesa dei politici: stiamo cambiando la legge. Certo. Un’altra serie infinita di obblighi e di rimandi ad altre norme che creano un labirinto in cui gli onesti si smarriscono ma i furbetti all’Incalza si muovono come furetti. L’ha detto e ripetuto lo stesso Lupi: Incalza è il più bravo di tutti, tanto da doverselo tenere stretto anche dopo il pensionamento.

Per fermare la corruzione servono invece poche, limpide e stringenti norme. Solo che per scriverle occorre, oltre alla competenza, anche animo altrettanto limpido. In Italia quando invece si scrive una legge si pensa già a chi favorire e a chi penalizzare. È come se fossero tutte leggi «ad personam». Basta vedere un po’ i pasticci contenuti in questo disegno di legge anticorruzione. Per esempio l’al - lungamento della prescrizione. È un incentivo a rallentare ancora più i tempi biblici della nostra giustizia che, soprattutto per questo, è ampiamente inefficace. Allungare la prescrizione significa che un colpevole se la gode più a lungo e un innocente soffre di una pena non inflitta. Buonanotte ai princìpi della nostra civiltà giuridica. Ma tant’è. Aggrovigliamoci ancora in leggi confuse, in commissari ordinari e straordinari, in burocrati cacciati dalla finestra e fatti entrare dalla porta. Ogni corrotto può stare sereno, soprattutto se «non è indagato».

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