Martedì 26 Marzo 2019 | 10:54

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Nella ricorrenza del secondo anno di pontificato papa Francesco offre ai credenti una gioia e un dubbio. Ha infatti annunciato un Anno santo straordinario che si aprirà l’8 dicembre e si concluderà il 20 novembre 2016. Il tema - non poteva essere diversamente - sarà quello della misericordia, mentre l’occasione è data dal cinquantesimo anniversario della chiusura del Concilio.

Quello di Francesco sarà il Giubileo n. 65 a partire dal 1300, quando la Chiesa cattolica, sulla scia di una tradizione ebraica, ha cominciato a celebrare un periodo di pentimento, penitenza e indulgenza. Inizialmente veniva indetto ogni 50 anni, poi si passò a 25 anni più i Giubilei straordinari, come per esempio quello voluto da Giovanni Paolo II per il 1983, in occasione del 1950esimo anniversario della morte e risurrezione di Cristo.

Stante la cifra del pontificato di Francesco il tema poteva essere solo quello della misericordia e della capacità del perdono. «Nessuno - ha detto ieri per annunciare l’Anno santo – può essere escluso dalla misericordia di Dio; tutti conoscono la strada per accedervi e la Chiesa è la casa che tutti accoglie e nessuno rifiuta. Le sue porte permangono spalancate, perché quanti sono toccati dalla Grazia possano trovare la certezza del perdono. Più è grande il peccato e maggiore dev’essere l’amore che la Chiesa esprime verso coloro che si convertono».

Anche l’occasione prescelta, la conclusione del Vaticano II, è nel solco della «rivoluzione» avviata da Bergoglio. Il Concilio voluto da papa Giovanni XXIII e portato a compimento da Paolo VI, per quanto ancora in parte inattuato, ha rappresentato certamente una svolta storica nella vita della Chiesa cattolica e soprattutto nei suoi rapporti con il mondo. E il magistero bergogliano deve molto al Concilio, a cominciare dalla definizione di Chiesa come «popolo di Dio in cammino». È solo in una definizione così che possono trovare spazio l’attenzione rivolta ai poveri, le cure verso i migranti, la condanna della cultura dello «scarto» che in tanti discorsi il Papa venuto dall’altra parte del mondo ha richiamato e che erano già inscritti nella scelta di un nome - Francesco - di per sé programmatico.

Si diceva anche di un dubbio. L’ha posto il Pontefice stesso e riguarda una dichiarazione, un po’ sibillina, contenuta in un’intervista rilasciata alla tv messicana «Televisa». Parlando di questi due anni sul soglio di Pietro ha affermato: «Ho la sensazione che il mio pontificato sarà breve. Quattro o cinque anni. Non lo so, o due, tre. Ben due sono passati da allora. È come un vago sentimento, una sensazione ma potrei sbagliarmi». Che cosa vuol dire? Un presagio di morte? O piuttosto l’annuncio di un altro papa pensionato?

Difficile rispondere con certezza. Le parole usate da Francesco, che ha parlato di «pontificato», fanno propendere più per la seconda ipotesi. Del resto è noto il favore con cui vede, alla pari di Benedetto XVI, l’idea che anche un papa, quando non è più in grado di reggere l’enorme peso del governo della Chiesa, possa farsi spontaneamente da parte. Quel che Bergoglio ha sempre detto è che non è opportuno fissare un’età, come per esempio accade per i vescovi o per gli stessi cardinali elettori. Però l’ipotesi che a un certo punto possa anche lui ripetere la storica scelta di Ratzinger - anche se secondo alcuni si trattò di una scelta indotta per scongiurare il pericolo di uno scisma - non è certo fuori dal suo modo di ragionare.

Le condizioni di salute discrete, nonostante gli inevitabili acciacchi dell’età, e la stessa indizione del Giubileo straordinario, lasciano comunque intendere che la «sensazione» di un pontificato breve sia da prendere come la riflessione di un uomo avanti negli anni e che si interroga sulle capacità future di svolgere fino in fondo il suo particolarissimo compito.

Del resto Bergoglio non si è dato un traguardo facile né comodo: eliminare dalla curia romana secoli di incrostazioni generate dal potere temporale e portare a compimento l’opera di pulizia avviata da papa Ratzinger sono obiettivi che metterebbero a dura prova la resistenza dei campioni più robusti.

Ma Francesco appare sereno e determinato nel suo cammino, nonostante alcune questioni - per esempio il terrorismo islamico e il massacro di migliaia di cattolici - non aiutino la sua «politica», rendendo più difficile il dialogo interreligioso e la prospettiva di una pace che non prescinda dalla libertà di culto.

Sorvolando comunque sulla fine vicina o no del pontificato, resta il fatto che il tema della misericordia non sarà più solo il filo conduttore dei discorsi del Papa, ma viene scolpito nella storia della Chiesa con un anno giubilare straordinario. E non importa se a Roma le prime reazioni sono state improntate al calcolo di quanti fedeli arriveranno in più e quanto potranno incassare commercianti, albergatori e lo stesso Comune. Il Giubileo, già dai tempi di Bonifacio VIII, è anche business. Chissà però se Francesco, paladino della Chiesa povera, aveva avuto la «sensazione» di questo.

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