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Ma c’è un Sud che resiste resiste e resiste

di Lino Patruno
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Sì, c’è anche un altro Sud del quale mai nessuno parla. Il Sud della Resistenza civile. Il Sud dei Ribelli positivi. Non solo contro la solita accusa di mancanza di quel senso civico che contribuisce allo sviluppo non meno dell’economia. Ma anche contro la nomea di tutto mafioso. Come se la mafia fosse nel Dna del Sud e non il grazioso regalo di uno Stato che non solo non l’ha combattuta come doveva, ma varie volte dall’unità d’Italia ne è venuto a patti.

Non indenne la Puglia, nonostante l’illusione di isola più o meno felice. E’ stato il presidente della Commissione bicamerale antimafia a denunciare la presenza sempre più incombente della ‘ndrangheta in combutta coi clan locali. E del resto la regione è la prima in Italia per attentati o minacce ad amministratori pubblici. Può essere un segno buono o un segno cattivo, un tentativo di piegarne i no o una ripicca verso non rispettate intese. Ad aprile comunque l’Associazione antiracket aprirà una sede a Bari, dopo essersi costituita parte civile in quattro processi contro la criminalità dei quartieri più infestati.

E tuttavia in sei mesi del progetto “Bari ascolta” non una sola denuncia di estorsione è arrivata pur sapendo tutti quanto sia diffusa. E’ il segno non solo di paura. Ma anche di scarsa fiducia in uno Stato che lascia all’anti-Stato il controllo di troppe parti del territorio, anche se poi si fa presto a parlare di omertà come se ci fosse l’obbligo di essere eroi. Ci dovrebbe però essere perlomeno maggiore interesse a sapere che c’è un Fondo nazionale per le vittime del racket. E che chi vi ha fatto ricorso ribellandosi all’imposizione della malavita ha potuto salvare la sua attività rafforzandola.

Per questo è benvenuto il recentissimo aiuto deciso dalla Regione per premiare la Resistenza dell’economia sana contro quella illegale. Stabilito sulla scia di leggi statali non si sa quanto efficaci viste le cronache quotidiane. Ma che prevede una corsia preferenziale per le aziende e gli enti virtuosi nella partecipazione a bandi pubblici e nell’attribuzione di contributi. Ma anche iniziative a favore delle vittime di mafia, di terrorismo o del “dovere”. Con assunzioni a tempo indeterminato per loro o i loro parenti. Con aiuti agli eventuali orfani per continuare gli studi o per avviare imprese. L’assessore Minervini parla di strumenti fra i più avanzati d’Italia. S’immagina facendo i conti con i fondi a disposizione.

Diciamoci la verità: sull’antimafia in troppo Sud si sono costruite più carriere di quanta sia stata la lotta alla mafia. Ma anche qui c’è un Sud sommerso sul quale le luci alla ribalta servirebbero a diffondere coraggio. C’è il Sud delle denunce in crescita nonostante tutto. Con un fiorire di sigle e soprattutto di giovani che non mollano decidendo di non partire come tanti altri. Un Sud che punta sulla cultura e sulle pur neglette librerie perché per sconfiggere la criminalità serve un esercito di maestri elementari, come disse lo scrittore Gesualdo Bufalino. E punta sullo sport, pur sapendo quanto paravento per l’illegalità sia tanto sport professionistico a cominciare dal calcio al Nord e al Sud.

Il quartiere Parco Verde di Caivano (Napoli) fu costruito dopo il terremoto del 1980, ha quasi duemila bambini su seimila abitanti, le strade in mano agli spacciatori, le giostrine sfasciate dai vandali, i giardini pieni di siringhe. Qui Bruno Mazza giocava da piccolo con le pistole vere. Ora, dopo dieci anni di carcere, ha costruito un campo di calcio per evitare che altri finiscano come lui. E a chi gli ricorda che dalla camorra non si esce vivi, risponde: “C’aggia fa? Mi uccidessero”.

C’è poi la musica per suonarla alle mafie. Ci sono le “fimmine” calabresi del no, a cominciare dalla sindaca Maria Carmela Lanzetta poi ministra. Ci sono le mamme che a Taranto vogliono che i loro figli possano tornare a giocare all’aperto nel quartiere Tamburi senza rischiare i veleni dell’Ilva. C’è Ercolano prima città meridionale detangentizzata dopo il clamoroso rifiuto della piccola titolare di un negozio di abbigliamento. Ci sono tanti film che ci hanno fatto conoscere il quartiere Sanità di Napoli, dove nacque Totò.

Ecco, il famigerato Sanità. Qui che fa don Antonio Loffredo, uno fra i tanti parroci-coraggio del Sud? Organizza i ragazzi potenziali arruolati dei clan e gli consegna le chiavi delle spettacolari Catacombe di san Gennaro perché ne facciano le guide. I ragazzi tornano alla vita invece di consegnarsi alla morte. Studiano, imparano le lingue, seguono corsi all’estero. Andiamo in quelle Catacombe, uno spettacolo: 40 mila turisti all’anno, una Napoli ancòra più incredibile.

E’ appunto il Sud della Resistenza civile. Il Sud che non cede alla rassegnazione. Nessuno ne spaccia la improbabile santificazione. Ma conoscerlo non fa mai male davanti al pensiero unico antimeridionale del non c’è più niente da fare.

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