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Lavoro, Giustizia, Fisco. Dall’introduzione del Jobs Act alla riforma della Giustizia e prossimamente a quella fiscale, il governo di Matteo Renzi sta intervenendo in diversi campi che erano stati arati e battuti in passato dal centrodestra. Aveva ragione, allora, Silvio Berlusconi quando predicava che bisognava abolire l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, introdurre la responsabilità civile dei magistrati, semplificare la dichiarazione dei redditi e ridurre le tasse? E tutto ciò vuol dire forse che Renzi non sta facendo oggi una politica di sinistra?

Mettiamo da parte, per un momento, le vecchie categorie politiche ereditate dalle ideologie del Novecento. E proviamo a ragionare liberamente, senza pregiudizi e paraocchi. Fuori dagli schemi mentali precostituiti.
 

Non c’è dubbio che in tutti e tre questi campi – Lavoro, Giustizia e Fisco – occorrono politiche più moderne, adeguate ai tempi e alle esigenze della società contemporanea: innanzitutto, per combattere la piaga della disoccupazione; poi per rendere il sistema giudiziario più rapido ed efficiente; e infine per alleggerire la pressione fiscale, in modo da rilanciare i consumi e la produzione. Sono tre emergenze nazionali. Né di destra né di sinistra.

Non aveva torto Berlusconi, dunque, a mettere queste riforme all’ordine del giorno. E sbagliavano coloro che, da sinistra o dal centro, le hanno avversate, ostacolate, demonizzate solo in funzione dell’anti-berlusconismo, ignorandone o rimuovendone la necessità. Ma la colpa più grave dell’ex Cavaliere è stata proprio quella di non riuscire a realizzarle, nonostante disponesse della maggioranza parlamentare più ampia nella storia della Repubblica, tradendo così le aspettative di una “rivoluzione liberale” che lui stesso aveva annunciato e promesso. E verosimilmente, il suo fallimento è dovuto in primo luogo al fatto che il leader del centrodestra s’è preoccupato più di difendere i propri affari aziendali e familiari che l’interesse generale.

La riforma della Giustizia, per esempio, era necessaria ieri e lo è ancor più oggi. Non solo di quella penale, a cui Berlusconi teneva evidentemente di più a fini personali, ma anche di quella civile e amministrativa. Se non è stato possibile approvarla prima, il motivo principale è che il leader del centrodestra la caricava di intenzioni e significati punitivi nei confronti della magistratura, mentre lui si trovata sotto processo per tante imputazioni. E infatti, durante i suoi governi ha dovuto fare ricorso a numerosi stratagemmi – lodi, allungamenti dei termini di prescrizione o addirittura modifiche dei reati, a cominciare dal falso in bilancio – per sfuggire in diverse situazioni ai rigori della Giustizia.

Un discorso analogo si può fare anche per la riforma del lavoro e per quella fiscale. L’estrazione e l’atteggiamento “padronale” dell’ex presidente del Consiglio non deponevano certamente a favore di un intervento sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori: lui non aveva la credibilità per abolirlo e comunque non ha creato le condizioni per farlo. Quanto alle tasse, poi, un premier che va alla Festa nazionale della Guardia di Finanza e dichiara pubblicamente che è giusto evaderle perché la pressione fiscale è troppo alta, proclama nello stesso una verità e commette un’istigazione a delinquere: un capo di governo, se effettivamente le tasse si possono ridurre, le abbassa invece di dire che sono eccessive.

Ce la farà ora Renzi a realizzare quello che Berlusconi non è riuscito a realizzare? E cioé, a rilanciare il lavoro, a cambiare la Giustizia e il fisco? Non dipende solo da lui, ma in gran parte anche dall’accoglienza che le riforme del governo troveranno nel mondo politico e nella società civile. Dovremmo però augurarcelo tutti, nell’interesse del Paese e della sua modernizzazione.

Abbiamo sprecato vent’anni in diatribe post-ideologiche che hanno contribuito a rallentare e ritardare la crescita nazionale. E anzi, in molti casi, siamo tornati indietro. Abbiamo bisogno di riprendere a camminare, e possibilmente a correre, per contrastare la crisi economico-sociale e competere sul mercato globale. Ne ha bisogno soprattutto il Mezzogiorno, più penalizzato del resto d’Italia dalla politica territoriale e “nordista” del centrodestra a trazione leghista.

Ma oggi la sfida interpella direttamente la sinistra, mettendo alla prova la sua capacità riformista d’innovazione e di aggiornamento. Per superare i vecchi tabù, il fronte progressista deve completare una rivoluzione culturale all’insegna dell’efficienza, della solidarietà e dell’equità sociale. Questo è ciò che può differenziare e distinguere un centrosinistra moderno dallo schieramento conservatore, nella logica del bipolarismo e dell’alternanza che è propria di una democrazia matura. E Renzi, dopo aver collocato definitivamente il Pd nel Partito socialista europeo, ha le carte in regola per portare a termine l’operazione.

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