Domenica 24 Marzo 2019 | 11:52

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«Il governo ci ha tolto tutto, ma non gli consentiremo di azzerare anche la nostra dignità». L’urlo di dolore squarcia il silenzio di un sonnecchiante lunedì mattina a Bari, nel corso della manifestazione di protesta degli agricoltori. Se è vero, come è vero, che lamentarsi è uno degli sport più praticati dagli italiani, è altrettanto innegabile che la più grande fabbrica del Mezzogiorno rischi di chiudere i battenti. E il pericolo che il delitto possa tradursi in un sacrilegio dalle proporzioni ingombranti non è remoto se si considera che, in piena recessione, l’agricoltura continua a difendersi egregiamente, tanto da registrare incrementi sul fronte occupazionale e del Pil.

L’embargo deciso dalla Russia dello zar Putin in ritorsione alle sanzioni applicate da Usa e Europa per l’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca, arreca danni enormi all’ortofrutta pugliese, anche se parte dei prodotti riesce a lasciare le frontiere italiane grazie a Moldavia, Romania e Ucraina. La Puglia agricola, ma anche turistica, è sul filo del rasoio: un batterio maledetto, Xylella Fastidiosa, attacca gli ulivi (ed ora anche la macchia mediterranea) di una vasta area del Salento mettendo a rischio non soltanto un volano economico di primo piano, ma anche il volto del Tacco d’Italia, la sua immagine, il suo paesaggio, la sua geografia, la sua storia. Gli alberi dalle foglie argentate - ora bruciacchiate dal batterio - sono l’emblema della regione. Nel loro nettare c’è il Dna della Puglia, la sua storia. Quei tronchi contorti, ritratti da grandi maestri della pittura, sono i Guardiani del territorio. Ce li invidiano dovunque, tanto da commissionarne il furto per adornare le ville della Padania. Ed ora l’Europa ne ordina l’abbattimento.

Certo, il governo con la batteriosi c’entra quanto il cavolo a merenda, ma non sono poche le croci dell’agricoltura create dalla politica. Non intendiamo celebrare processi sommari - altro sport assai praticato nel Belpaese - ma non possiamo dar torto a quegli agricoltori che nutrono un odio incommensurabile nei confronti dell’Imu. Dopo i danni arrecati dall’imposta agli immobili, vero tesoretto degli italiani, il governo ha deciso di prescrivere la medesima «terapia» ai terreni. Il risultato è devastante: valori dei fondi in caduta libera, chiusura certa per migliaia di aziende. E la mazzata diventa fatale per il Mezzogiorno, per la sua gente che ha siglato un patto con il diavolo pur di coltivare la terra, esponendosi a rischi naturali elevatissimi: grandine, pioggia, neve, gelo.

Ma nei terreni l’Imu avrà effetti ancora più pesanti di quelli prodotti nel campo immobiliare. Il motivo è tanto semplice quanto aberrante: in agricoltura si colpisce il bene strumentale.

Ma l’Imu non è altro che l’ultima delle tragedie che si consumano sulla pelle degli agricoltori. Il peso dei contributi previdenziali è enorme, schiaccia le aziende deprimendone ogni iniziativa se non quella di tirare i remi in barca. E che dire poi del costo della manodopera che ha raggiunto livelli da tregenda? E come considerare l’Irap, la tassa rapina, che si abbatte con la violenza di un uragano sulle attività produttive?

La verità fa male, ma va detta: la riforma della Pac (politica agricola comune) sbeffeggia l’Italia, mortifica il Sud, predilige ancora una volta le colture continentali, relegando in un angolo olio, grano, pomodoro. Quando lo scarso peso italiano in ambito comunitario si mescola all’approssimazione di Strasburgo e Bruxelles, si genera una miscela nauseabonda.

Ma torniamo nei nostri confini: forse poco viene fatto per evitare che su molte strade pugliesi i camion carichi di olive viaggino scortati per evitare assalti di galantuomini. E con grande probabilità non ci si impegna più di tanto per evitare che i contraffattori «costruiscano» falso olio extravergine d’oliva, utilizzando nocciole, clorofilla e deodorante. Così si uccide l’agricoltura, l’occupazione, la storia, l’onestà, l’orgoglio del popolo dei campi pugliese. La speranza è che non si azzeri la loro dignità, magari tassandola. Ma evitiamo di dirlo ad alta voce: qualcuno potrebbe sentirci e partorire un nuovo tributo.

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