Martedì 26 Marzo 2019 | 03:28

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Il Parma col suo fallimento è su tutte le prime pagine dei giornali. L’Italia s’indigna perché gli stipendi dei giocatori non vengono pagati e gli accordi non sono rispettati. Tira e molla infinito, riunioni, tensioni, vertici, poi i giocatori decidono di scendere in campo. «Per la dignità», dicono. Forse, c’è anche lo zampino di Sky che aveva versato tutti i diritti televisivi (quasi un miliardo di euro), la vera linfa vitale del sistema pallone tricolore. E in caso di campionato falsato (leggi partite non disputate) avrebbe chiesto una valanga di danni.

Così il Parma sarà salvato (è la seconda volta, la prima con quando c’era Callisto Tanzi) con una mega colletta e tutti vivranno felici e contenti. Anche la magistratura ha voluto capire come e perché il sistema funziona male è ha aperto un’inchiesta per bancarotta fraudolenta. Ma il Belpaese da sempre è diviso in due e quello che si fa al Nord non è detto che si faccia al Sud quando le società finiscono in mora.

A proposito: all’interminabile elenco di pignoramenti del Parma (ricordate? Anche la panchina di mister Donadoni) non sono sfuggiti i 12mila euro dell’incasso con l’Atalanta, bloccati su richiesta di un creditore. Dunque, chapeau ai giocatori del Parma che non prendono lo stipendio da luglio. Col senno di poi assume una luce diversa il gesto, tutto levantino, di Fantantonio Cassano. Lui salutò in tempi non sospetti baracca e burattini e mise in mora la società.

Ma il caso Parma non è l’unico. Di presidenti e società che non pagano quanto dovuto, il mondo del calcio, soprattutto tra i dilettanti, è zeppo. Niente riflettori dei media, nessun titolo roboante sui giornali, stop a vertici e riunioni. Insomma, si fa finta di non vedere, non sentire, non parlare. Come le tre scimmiette giapponesi.

Ieri, ad alzare il sipario su una vicenda poco conosciuta ai più, ci hanno pensato i calciatori dell’Ostuni, allenati da Enzo Carbonella. Da quattro mesi - sostengono - non ricevono rimborsi e stipendio. Per raggiungere il posto di lavoro si pagano la benzina, le trasferte le fanno con le auto di famiglia. I riferimenti societari sono improvvisamente diventati evanescenti. Quindi la squadra ha deciso di... incrociare le gambe. Una trovata singolare. Tutti in campo. Palla al centro e quando il direttore di gara ha fischiato l’inizio della partita, non si è mosso nessuno. Una protesta in punta di regolamento durata 10 interminabili minuti.

L’avversario di turno, l’Hellas Taranto, era stato opportunamente informato sulla grave situazione economica dei brindisini. E i colleghi hanno aderito alla singolare protesta. Come? Palleggiando, passandosi la palla senza infierire. Poi la partita, quella vera, è iniziata, e gli ospiti hanno vinto per 2-0.

Come andrà a finire adesso? Mistero. Perché il direttore generale dell’Ostuni, Lillo Santomaco, pur non nascondendo i problemi, ha tratteggiato un quadro diverso da quello dei giocatori. La morale è che se gli sponsor pagano in ritardo, tutta la filiera subisce ritardi. Gli stipendi in arretrato sono tre e non quattro, i rimborsi spese in passato sono stati sempre pagati (in passato...), c’è chi ha avuto acconti e via dicendo. L’Ostuni calcio assomiglia a una polveriera pronta ad esplodere. Il costo di una stagione oscilla tra i 90 e i 120mila euro, a seconda delle ambizioni. Un allenatore prende in media mille euro, un top player può arrivare fino al doppio, un giovane da 100 a 400, un onesto portatore di palla sotto i mille euro.

Cosa scrivono i sacri testi? Che dall’Eccellenza in giù, ad esempio, gli ingaggi si trasformano in rimborsi, esentasse se si gira a un giocatore una cifra annua fino ai 7.500 euro. Se si supera questo tetto, spunta la mannaia della tassazione, piccola e solo per la società. Un esempio. Il massimo che può guadagnare un giocatore è 28mila e 500 euro. E se il calciatore non vuole inserire il compenso nella dichiarazione dei redditi, all’erario si versano appena 5.160 euro, il 20%. Oltre ci sono le tasse normali. Ma oltre non si va: un po’ perché parliamo di tanti soldi (tra quelli da dare al giocatore e quelli da versare allo Stato), un po’ perché il ragazzo in questione andrebbe contrattualizzato. E questo comporta, quantomeno, una scrittura tra le parti. Ma ai dirigenti non piace perché diventa una specie di gabbia: l’atleta va pagato fino alla fine. Anche se è infortunato da tre mesi, anche se continua a litigare col mister, anche se la squadra si è salvata o è stata promossa. Al contrario, se non c’è niente di scritto, il tesserato si può mandare a casa quando si vuole. E, purtroppo, capita.

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