Martedì 26 Marzo 2019 | 17:17

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L’altro giorno la vicenda della «bulla» che picchia una ragazzina e viene ripresa da qualcuno che mette il filmato nel frullatore di Internet, poi le immagini hard di una minorenne nel bagno di una discoteca e ieri, giusto per gradire, la scoperta di una banda di mocciosi che adescava adulti con proposte indecenti attraverso la Rete e poi li ricattava facendosi dare soldi, telefonini e biancheria intima. È solo un piccolo e inesauriente catalogo di quel che accade ogni giorno ad adolescenti ubriachi della libertà data dalla Rete. Non ci sono limiti come classi sociali, livello culturale, famiglie «normali » e classificazioni di questo tipo. A noi vecchi cittadini analogici viene da chiederci subito: ma allora Internet è il diavolo? La risposta è no, se la libertà non è il diavolo.

Purtroppo Adamo ed Eva insegnano che sin dal primo momento abbiamo combinato guai perché non abbiamo saputo utilizzare la nostra libertà. Nonostante migliaia di anni, il problema alla fine resta sempre lo stesso. Il che non vuol dire che bisogna arrendersi e lasciare andare il mondo come va. Alcuni anni fa, di fronte agli effetti nefasti di un altro grande strumento di comunicazione – la televisione – se ne prese finalmente coscienza e si cominciò a parlare di inserire nei programmi scolastici anche l’educazione all’imma - gine. Cioè una serie di nozioni e di pratiche per non lasciarsi condizionare dalla televisione o, quantomeno, di essere consapevoli circa atteggiamenti, mode, consumi indotti dal Grande Fratello. Nella sostanza se ne fece poco, a parte qualche lodevole iniziativa personale di insegnanti sensibili o di presidi più preparati.

Adesso dei condizionamenti televisivi se ne occupano e preoccupano soltanto i politici ansiosi di essere convocati da Vespa o in qualcun altro dei cento talk show che imperversano da mattina a sera. I giovani, e più che mai i giovanissimi, hanno smesso di guardare la tv: non hanno più tempo, impegnati come sono fra Internet, Facebook, WhatsApp e le altre mille possibilità di interscambio attraverso questi nuovi strumenti. Ecco «interscambio»: è questa la parola su cui bisognerà riflettere. Perché la differenza sostanziale fra la tv e Internet – racchiudendo in questo termine tutte le sue derivazioni e applicazioni – sta proprio nella possibilità di interscambio offerta dalla Rete, il cosiddetto web 2.0. L’utente non è più passivo, ma interagisce, costruisce, esplora, interviene, modifica, insomma è protagonista dentro al sistema.

Bellissimo, sì certamente. La libertà già enorme di ricevere quantità infinite di informazioni si è moltiplicata in maniera esponenziale perché con ciascuno di quei contatti noi possiamo interagire esercitando una libertà che dà le vertigini. È chiaro che in questa libertà, così grande da dare sempre l’impressione di essere senza controlli né controllori, si può fare di tutto: dalle azioni più nobili alle più spregevoli, dalle più crudeli alle più affettuose, dalle più generose alle più abbiette.
La cosiddetta «neutralità» della Rete si trasferisce automaticamente sulle azioni compiute attraverso di essa generando una morale «neutrale», cioè dove non ci sono bene e male ma solo azioni tecnologicamente possibili o no. Se così è, allora ha un senso la proposta che comincia a farsi strada di inserire nei nostri programmi scolastici qualche contenuto che educhi a un uso responsabile delle nuove tecnologie. Che non sarebbe una materia nuova, ma solo la vecchia educazione civica riverniciata per i giorni nostri.

Fino a ora ci si è mossi solo sul versante tecnicistico introducendo lavagne elettroniche in classe ed eBook con l’intento di ridurre il peso dei libri. Un po’ poco. Il grande problema è far capire ciò che è bene e ciò che è male fare con questi strumenti, insegnare il rispetto degli altri e della propria intimità. Tutto qui. Fra le tante inutili e inefficaci riforme della scuola forse questa potrebbe avere un senso, a patto che venga attuata ora e non – come accaduto per la tv – quando i ragazzi avranno smesso di usare Internet perché nel frattempo sarà nata un altro e più sofisticato strumento.
Perché non è stato già fatto? Difficile rispondere, forse può bastare un’esperienza personale. Due anni fa sono andato in una scuola media del Barese a parlare del rischio di immettere foto e altri contenuti a rischio su Facebook o su altre reti sociali (social network in italiano). Ho chiesto subito se qualcuno utilizzasse l’applicazione WhatsApp sul proprio telefonino. Sui 106 ragazzi presenti, 92 hanno risposto sì. I quattro insegnanti che avevano promosso l’incontro mi hanno chiesto che cosa fosse. Ecco, il problema è questo.

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