Martedì 26 Marzo 2019 | 17:51

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Se le tv oscurano le immagini dei tagliagole

di Michele Partipilo
Se le tv oscurano le immagini dei tagliagole
Da più parti e anche dalla Gazzetta è stata sottolineata la cura cinematografica posta nella realizzazione dei filmati diffusi dai terroristi islamici dell’Isis. Non che puntino al bello, anzi. Ma vi sono una regia e una sceneggiatura per esaltare al massimo le immagini e trasformare l’orrore in terrore. Non si tratta più dei filmati dell’epoca di Bin Laden, quando l’obiettivo era solo quello di comunicare i proclami di Al Quaida e le relative minacce. Lo scopo dell’Isis è oggi ben più vasto ed è realizzato da soggetti che conoscono benissimo sia i meccanismi della comunicazione, perché li hanno studiati nelle nostre università, sia le possibili ripercussioni nella società, perché ci sono cresciuti accanto, vivendo - senza assorbirli - i costumi e i valori del sistema occidentale. 

Ovviamente si avvalgono di tutti i progressi della tecnologia: non solo per quanto riguarda le riprese, ormai effettuate con mezzi professionali, ma soprattutto per quanto concerne le modalità di diffusione di quelle immagini. C’è un calcolo preciso riguardo alle ripercussioni che potranno avere nel complesso sistema mediatico che trova oggi il suo punto di forza in Internet. Di volta in volta si ha cura di far emergere la violenza, la ritualità, la minaccia, la crudeltà. È una sfida sistematica che ci viene posta sotto diversi aspetti, ma con l’unico obiettivo di farci vivere nel terrore. Una sorta di stalking mediatico collettivo.

Non è un caso che a trasmettere i loro macabri e deliranti messaggi non ci siano più «cassette» spedite o fatte trovare, ma filmati seminati nella Rete, scovati da veri o presunti «cacciatori» di proclami terroristici e poi diffusi in modo capillare, fino a finire sui giornali e - per quel che è decente mostrare - nei filmati dei telegiornali.

Ragionando sull’effetto cassa di risonanza che di fatto viene creato attorno a questi gaglioffi e alle loro gesta sanguinarie, alcune televisioni hanno operato una drastica scelta: hanno deciso di non trasmettere più immagini, ma al massimo un solo frame, come se si trattasse di una foto. In Italia l’ha fatto già da agosto scorso Sky, l’ha annunciato l’altroieri Rainews24. Torna così a proporsi per il mondo dell’informazione, e dei media più in generale, una questione a lungo dibattuta durante la stagione del brigatismo e dei rapimenti. E cioè: è giusto dare voce ai proclami dei terroristi trasformandosi di fatto in loro megafoni?

A voler rispondere con le spiegazioni dei decenni scorsi si commetterebbe un grave errore, perché non si terrebbe presente quello che è oggi il principale strumento di comunicazione - cioè Internet - che all’epoca non era neppure immaginabile. E tuttavia alcuni punti di riferimenti sono ancora validi. Innanzitutto quelli normativi. L’articolo 21 della Costituzione prevede che la stampa, ma è ormai pacifico che oggi questo termine sia riferibile anche al web, non possa essere soggetta «ad autorizzazioni o censure». Il che significa che non potrà esservi una legge, un decreto, un provvedimento qualunque che imponga quello che una volta si chiamava «silenzio stampa». Fra l’altro tra i limiti che lo stesso articolo 21 pone alla libertà di espressione non sembra potersi individuare uno utile al caso in questione. Dunque, la scelta del silenzio, meglio dello stop all’orrore delle immagini, è ammessa solo come libera decisione degli operatori dell’informazione. Ma non è una scelta immune da rischi di autocensura né dal pericolo di venir meno ai propri doveri deontologici, giacché noi giornalisti abbiamo il diritto-dovere di raccontare «la verità sostanziale dei fatti». Nella decisione dei colleghi di Rainews e di Sky tutto si gioca proprio in quell’aggettivo - sostanziale - che fa sì che qualunque notizia possa essere documentata con lunghi filmati, con una sola immagine fissa o addirittura senza, purché appunto sia salva la verità del fatto accaduto. La scelta delle due televisioni appare come un buon bilanciamento fra la necessità di garantire un’informazione corretta e l’esigenza di evitare la spettacolarizzazione di ammazzamenti e violenze.

C’è da dire però che, rinunciando alla diffusione di quelle immagini, si cede un po’ al volere dei terroristi, giacché si tratta pur sempre di una limitazione a una libertà che abbiamo conquistato con secoli di battaglie e che invece risulta blasfema per certi islamisti.

Al di là di queste considerazioni, sarebbe bene che i giornalisti non fossero lasciati soli a prendere decisioni di questa responsabilità. Occorrerebbe che anche le istituzioni si interessassero maggiormente al problema, senza illudersi che nella società della comunicazione le sole opzioni possibili siano quella militare o diplomatica. Come con sorpresa si sta scoprendo, anche diversi italiani stanno combattendo sotto le bandiere nere dell’Isis e non sappiamo quanti altri siano «in sonno» in Italia come nel resto d’Europa. Non si può dimenticare che il reclutamento parte proprio con la propaganda e con la forza evocativa di certe efficaci ancorché orribili immagini.

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