Giovedì 21 Marzo 2019 | 06:20

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di Giacomo Annibaldis
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C’è qualcosa di antico nel Palazzo dell’Acquedotto di Bari, ma coniugato con una incombente modernità: tra cavalli e donne che versano, lavorano, interagiscono con l’acqua. Già nell’ingresso un grande pannello bronzeo, raffiguranti equini che si abbeverano (la «Fonte della palude», 1910-12), accoglierà da domani il visitatore della mostra su «Duilio Cambellotti. Le grazie e le virtù dell’acqua». Ma cavalli e donne sono le figure che l’artista romano più profuse negli arredi e negli ornamenti del Palazzo barese, un monumento davvero unico nell’arte italiana, che ideato e costruito da Cesare Brunetti tra il 1925 e il 1935, vide l’apporto di Cambellotti nella progettazione degli ambienti e degli arredi, tra il 1931 e il 1933.

Nell’antichità, i cavalli sono gli animali specifici del dio dell’acqua Poseidone (dal suo figlio equino Pegaso scaturisce la fonte idrica per eccellenza), e sono le fanciulle, lymphae e ninfe, a sovrintendere ai corsi d’acqua. D’altronde, specifica Emanuela Angiuli, curatrice della mostra, «la passione per la cultura del passato che già dai primi anni del ‘900 aveva alimentato le esperienze di Cambellotti in svariati campi, trova nella committenza barese una rinnovata sperimentazione».

La mostra, suggerisce Angiuli, non è solo l’occasione per celebrare il centenario dell’Acquedotto pugliese (24 aprile 1915), ma ha l’intento di raccontare una geniale pagina d’arte totale (non sufficientemente conosciuta neppure dai pugliesi), che si espresse a pieno nel palazzo-scrigno; inserendola nel contesto più ampio dell’arte applicata di Duilio Cambellotti, già prima degli anni Trenta. Ben 120 opere, tra sculture, mobili, vasellame, illustrazioni, tappeti, vetrate, cartoni, mattonelle, gessi…, sono stati raccolti per la mostra, che si sviluppa su tre piani, conglobando le stanze di rappresentanza e gli appartamenti del presidente dell’Acquedotto pugliese.

Dalle raffigurazioni naturalistiche e dall’attenzione ai lavori dei campi scaturisce il progetto di socialismo umanitario che Duilio Cambellotti abbracciò, insieme al gruppo romano di cui facevano parte pedagoghi e scrittori (come Sibilla Aleramo) e che aveva come riferimento Leone Tolstoj; impegnandosi soprattutto nello sviluppo dell’Agro Pontino. Già nella prima sala, in una selezionata rappresentanza di vasellame ideato e forgiato da Cambellotti, spiccano due piatti con la spiga di grano, simbolo che diventerà parte integrante nella firma dell’autore.

Attinente alla missione sociale è l’attività dell’artista come illustratore di libri per l’infanzia, sussidiari e racconti per la scuola, ideati con grande eleganza; alla stregua della genialità del tratto profuso nelle illustrazioni di capolavori della letteratura (in mostra una ventina di splendide tempere su carta, 1912-13, per le Mille e una notte; e le illustrazioni delle favole di Trilussa, che meglio tradiscono la vicinanza di Cambellotti con i divisionisti e con Pellizza da Volpedo). Ma dalle vetrate e dai manifesti, dai tappeti e dai vasi sprizza l’esigenza di un recupero dei valori della cultura popolare: e tale linguaggio parlano i sessanta circa disegni preparatori per il Palazzo dell’acquedotto; che sarà una celebrazione dell’elemento idrico, senza indulgenze verso il potere. Ed è per questo che – suggerisce Angiuli – il Palazzo non sarà mai ufficialmente inaugurato, perché in fondo non corrispondeva agli stilemi tipici dell’arte e dell’architettura fascista (benché, si sa, Cambellotti, come insegnante, prestasse giuramento al fascismo e a Ragusa, nel palazzo della Prefettura, avesse raffigurato una trionfale Marcia su Roma…).

Ma è l’attività di modernissimo designer che la mostra documenta a profusione: sono armadi, sedie (anche girevoli), librerie, mobiletti, tavolini, letti, scrivanie… dalle linee elegantissime. Mobili vividi, grazie a intarsi con avorii e madreperle, e a giochi di onde e di archi, quelli tipici dei ponti-canali degli acquedotti romani. In uno di questi intarsi è possibile leggere in tassello la città di Bari, con castello, cattedrale e fonte d’acqua. Molti di questi arredi – ricorda Angiuli – vennero colpevolmente depositati nel palazzo di San Cataldo, e fortunatamente recuperati dal presidente dell’Acquedotto Pallesi. Sulle pareti delle stanze, tele di Cambellotti (artista totale che, nel dispiegarsi della sua attività ricorda celebrate figure della Secessione viennese) rappresentano l’avanzare della modernità fatta di tubi e di zampilli, intrecciato alla produttiva cultura contadina del grano e dell’olivo, dove donne strizzano alla fonte lunghi lenzuoli-bandiere bianche, con movenze di danza.

Ed è in questi diffusi accorgimenti ornamentali che si dispiegano «le grazie e le virtù dell’acqua», come gli richiedeva in una lettera del 1931 Cesare Brunetti. Il Palazzo di Bari fu il più grande impegno di Duilio Cambellotti. Che, avendo lavorato in gran parte durante il fascismo, nel dopoguerra non trovò l’attenzione della nuova committenza e nemmeno, sottolinea Angiuli, quella della critica d’arte. Ma forse la mostra contribuirà a liberarlo dalla dimenticanza.

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