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Un dovere regolare la procreazione

di Giorgio Nebbia
Un dovere regolare la procreazione
Durante il viaggio di ritorno dalla visita a Sri Lanka e alle Filippine del Papa Francesco, un giornalista tedesco gli chiesto la posizione della Chiesa cattolica nei riguardi della contraccezione. Forse avendo ancora davanti agli occhi la situazione demografica dei paesi appena visitati, il Papa ha risposto: “Io credo che il numero di tre [bambini] per famiglia, che lei menziona, secondo quello che dicono i tecnici, è importante per mantenere la popolazione. Tre per coppia. Per questo la parola-chiave per rispondere è quella che usa la Chiesa sempre, anch’io: è ‘paternità responsabile’... Alcuni credono che – scusatemi la parola – per essere buoni cattolici dobbiamo essere come conigli. No. Paternità responsabile”.

Questo breve scambio di parole ha avuto varie reazioni nel mondo cattolico. Alcune persone hanno rivendicato la gioia e virtù delle famiglie numerose; altre hanno ribadito il divieto dell’uso di tecniche di contraccezione, al di fuori dell’astinenza dei coniugi dai rapporti sessuali nei periodi di fertilità femminile. Il concetto di “paternità responsabile” risale all’enciclica “Humanae vitae” emanata dal Papa Paolo VI nel 1968, nel pieno di un vasto dibattito internazionale su uno degli aspetti centrali dell’ecologia: il ruolo della crescita della popolazione sull’impoverimento delle risorse naturali e sul degrado ambientale.

Il problema è stato trattato per la prima volta in un famoso libretto, “Saggio sulla popolazione”, pubblicato anonimo da Thomas Malthus (1766-1834) nel 1798. Davanti alla constatazione che la popolazione povera che stava affollando le città industriali inglesi aumentava più rapidamente di quanto aumentasse la produzione di alimenti, Malthus contestò l’assegnazione di piccoli contributi alle famiglie povere, sostenendo che non era giusto spendere soldi pubblici per aiutare persone che mettevano al mondo figli senza essere in grado di assicurargli almeno il cibo. Il dibattito sui rapporti fra popolazione e “cibo” continuò per tutto l’Ottocento e poi nel Novecento.

Alcune comunità cristiane erano più disponibile ad un controllo dell’aumento della popolazione mentre la parte cattolica era più intransigente nella interpretazione letterale del ventottesimo versetto del primo capitolo della Genesi, in cui Dio ordina all’uomo e alla donna: ”Crescete e moltiplicatevi”.

Scarsità - Un imperativo che era comprensibile per il popolo ebraico, poco numeroso in un paese abitato da numerosi nemici, ma che pone problemi economici e anche pratici davanti allo spettro della scarsità di alimenti, di spazi coltivabili, di minerali e fonti di energia, il “cibo” di una società moderna, richiesti da una crescente popolazione mondiale. Il problema si fece ancora più acuto dopo la seconda guerra mondiale; un mondo (di 2,3 miliardi di persone nel 1945), stremato dalla guerra affidava ai figli il proprio futuro.

Il “pericolo” di un aumento della popolazione, soprattutto dei poveri e dei paesi sottosviluppati, fu denunciato dall’ecologo William Vogt (1902-1968) nel libro “La via per la sopravvivenza” del 1948 e, nello stesso anno, dal libro “Il pianeta sovraffollato” del biologo Henry Fairfield Osborn Jr. (1887-1969). Nel 1954 fu annunciata la scoperta della “pillola”, messa in commercio nel 1960, che consentiva rapporti sessuali senza il concepimento di figli ad offriva un facile ed economico mezzo per quella limitazione delle nascite auspicata nei libri, entrambi del 1966, dei Paddock: “Fame ! 1975”, e di Paul Ehrlich: “La bomba della popolazione”.

L’economista cattolico britannico Colin Clark (1905-1989) reagì stizzosamente a questa ondata di neomalthusianesimo americano sostenendo, in un saggio del 1967, la (peraltro improbabile) tesi che la Terra potrebbe sfamare diecine di miliardi, anche una quarantina, di abitanti. In questa atmosfera (la popolazione mondiale era già arrivata a 3,5 miliardi di persone) fu emanata l’enciclica “Humanae vitae” che, nel paragrafo 10 precisa: ”La paternità responsabile si esercita, sia con la deliberazione ponderata e generosa di far crescere una famiglia numerosa, sia con la decisione, presa per gravi motivi e nel rispetto della legge morale, di evitare temporaneamente od anche a tempo indeterminato, una nuova nascita. L’esercizio responsabile della paternità implica dunque che i coniugi riconoscano i propri doveri verso Dio, verso se stessi, verso la famiglia e verso la società, in una giusta gerarchia dei valori.”

I doveri verso la famiglia comprendono evidentemente quello di decidere il numero dei figli in modo da assicurargli delle condizioni decorose di vita, di istruzione, di salute, tutte cose che inevitabilmente comportano l’accesso a sufficienti alimenti, ad acqua pulita e ad abitazioni igieniche. A loro volta questi “beni” richiedono prodotti agricoli, cemento, ferro, energia, ottenibili impoverendo le ricchezze della natura e generando alterazioni del territorio e inquinamenti. E’ un dovere “verso la società” regolare la procreazione (e i consumi individuali) in modo da assicurare al “prossimo”, agli abitanti del pianeta, che oggi sono ormai più di 7 miliardi, condizioni dignitose di vita e di salute e limitati danni ambientali.

D’altra parte la limitazione delle nascite provoca un aumento, in proporzione, degli anziani, la parte più fragile della popolazione verso cui sorgono altri doveri. E neanche una società stazionaria, in cui siano più o meno uguali la natalità e la mortalità, proposta da alcuni, può durare a lungo essendo destinata al declino, con sollievo, forse, dell’ecologia, ma con quale destino per la nostra specie - Un bel problema, per la politica di oggi e per le generazioni future, a cui sarà il caso di cominciare a pensare.

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