Giovedì 21 Marzo 2019 | 06:43

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Tutti per lui: abilità, fortuna e antirenziani

di Giuseppe De Tomaso
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In politica, insegnava Niccolò Machiavelli (1469-1527), abilità e fortuna devono procedere insieme. Un politico bravo, ma poco assistito dalla dea bendata, non è destinato a fare una strepitosa carriera. Un politico fortunato, ma non accompagnato dalla bravura, dovrà rassegnarsi a fare, nel migliore dei casi, il gregario di lusso, e nulla più.

Matteo Renzi è provvisto degli enzimi fondamentali per la biologia del potere: l’abilità e la fortuna. Che sia abile, è fuori discussione. Solo un giovanotto scafato, dotato di coraggio, cinismo e astuzia, poteva battere, sia pure di pochi mesi, il record anagrafico di Benito Mussolini (1883-1945) sulla precocità alla guida del governo italiano: a 39 anni appena compiuti.

Ma Renzi è anche, o soprattutto, fortunato. Quando, due anni addietro, l’approdo di Pier Luigi Bersani a Palazzo Chigi pareva più probabile dello scudetto alla Juventus, in cabina elettorale si verificò l’imponderabile: la non vittoria del Pd che venne, sùbito, messa sul conto del segretario Bersani, che in un amen passò dalla prospettiva del doppio incarico (leader Pd e premier) allo status di ex-tutto e di parlamentare semplice.

Renzi approfittò come un predatore del passo falso del suo rivale interno. E in un battibaleno prima si assicurò il telepass del partito e successivamente s’impadronì della password di Palazzo Chigi. Un uno-due che avrebbe ottenuto il plauso del principe dei politologi. Ma il cocktail renziano tra abilità e fortuna, tra pratiche volpine e operazioni leonine, non si è esaurito. Tanto che non si sa se Renzi sia più bravo che fortunato o più fortunato che bravo.

Sta di fatto che tutti i suoi potenziali avversari, concorrenti e competitori, interni e esterni al Pd, sembrano segnati dalla maledizione di Tutankhamon che colpiva tutti coloro che cercavano la tomba del faraone egiziano. Chi si mette sulla strada di Renzi, prima o poi viene asfaltato dal bolide del premier.

Sui rottamati illustri del Pd si sono scritti fiumi di analisi. Ma anche gli anti-renziani al di fuori del Pd non hanno vissuto, e non vivono tuttora, la più bella stagione della loro vita politica. Nichi Vendola ha subìto un’erosione di Sel. Susanna Camusso ha dovuto prendere atto della determinazione del presidente del Consiglio sulla riforma del lavoro. Maurizio Landini, dopo un segnale di impegno diretto in politico, ha dovuto innestare una mezza retromarcia, ricevendo per giunta, da Renzi, una goccia di veleno sul suo (del leader Fiom) indice di gradimento nelle fabbriche. La minoranza del Pd (Civati, Cuperlo e Fassina) incide più sui giornali che nelle aule parlamentari, dove la macchina renziana avanza come un rullo compressore. Gli alleati alfaniani hanno rischiato l’autocombustione, quelli montiani si sono liquefatti andando ad affollare i plotoni di soggetti smaniosi di intercettare la benedizione del Royal Baby fiorentino.

Idem nel centrodestra, alle prese, fra l’altro, con gli effetti della massima andreottiana sul potere che logora chi non ce l’ha. Qui la deflagrazione è totale. Silvio Berlusconi non è più il capo assoluto di Forza Italia, una situazione che solo tre anni addietro sarebbe apparsa più inverosimile della conversione di un militante dell’Isis ai valori dell’Occidente. Ma anche la Lega, l’altro pilastro dell’opposizione, non sta serena, malgrado i sondaggi favorevoli e la benevolenza dei mass media al seguito di Matteo Salvini: in Veneto, caposaldo del movimento, la Lega rischia di spaccarsi come una mela tra il sindaco di Verona e il presidente della Regione. Quanto a «Fratelli d’Italia», beh colà si oscilla tra le diverse anime della destra.

Dice la presidente della Camera, Laura Boldrini: «No all’uomo solo al comando». Giusto. I Paesi che si consegnano agli uomini della Provvidenza solitamente non affrontano un bel finale. Ma non è colpa di Renzi se lui gioca in attacco mentre tutti gli altri giocano in difesa, dove prima o poi scappa pure l’autogol. Non è colpa di Renzi se il centrodestra non solo non trova un punto di convergenza tra Forza Italia e la Lega, ma non lo trova persino all’interno delle due loro principali formazioni.

E così a sinistra. Non è colpa di Renzi se i suoi antagonisti d’area sono più divisi degli europei di fronte a Vladimir Putin. Non è colpa di Renzi se la Camusso e Landini si stimano, ma non si amano, si sopportano, ma non si aiutano.

Renzi ci ha messo del suo - nel centrodestra grazie al Patto del Nazareno con Berlusconi, nel centrosinistra grazie all’affondo contro l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori - per scompaginare le truppe di rivali e avversari. Ma i suoi concorrenti gli hanno steso chilometri di tappeti rossi.

Ora, c’è chi, per adesso sottovoce, sembra invocare un intervento del nuovo Presidente della Repubblica, un intervento che dovrebbe servire a mettere dosi di bromuro nella colazione mattutina di Renzi. Mattarella non ha di sicuro bisogno di consigli «ad hoc». Ha già detto che si limiterà a fare l’arbitro. E l’arbitro farà. Ma se ci si affida all’arbitro per fermare il calciatore più intraprendente significa ammettere che qualcosa non funziona nella propria squadra. Renzi sarà pure abile e fortunato (vedi il prezzo del petrolio che scende e la ripresa economia in altri Paesi), ma gli altri fanno di tutto per dare una mano al suo Fattore C (ci siamo intesi).

detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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