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di Michele Cozzi
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di MICHELE COZZI
Toni sereni, quasi rassicuranti, ma con una disamina impietosa degli errori commessi da Silvio Berlusconi nell’ultimo anno.

Raffaele Fitto lancia il suo movimento dei «ricostruttori» di Forza Italia e del Paese in una convention in cui si è ritrovata quella parte del popolo di centrodestra che non ci sta o a far parte del «partito unico renziano», come l’ha definito l’eurodeputato pugliese, o a lasciare la leadership al leghista Matteo Salvini.

La pars destruens del discorso di Fitto tocca i temi principali dell’annus horribilis del berlusconismo: dall’appoggio all’Italicum e alla «fine» del Senato, all’autogol dell’autoesclusione dalla scelta del presidente della Repubblica. In questo scenario, Fitto descrive un partito «senza anima», che non è né al governo né all’opposizione.

Il messaggio è apparso efficace: con la sequenza del crollo verticale dei voti di Forza Italia, accompagnato dalla frana di un palazzo, rimesso in piedi dall’opera dei «ricostruttori».

Chi si aspettava reazioni sopra le riga, non conosce Fitto. Nato e cresciuto nella cultura della mediazione di democristiana memoria, Raf è poco propenso a farsi largo a spallate. In questo rappresenta l’antitesi di Renzi, rottamatore per definizione. Anche Fitto si è messa in testa l’idea bellicosa di «rottamare» la vecchia Forza Italia, quella incentrata sul carisma indiscutibile del Leader, per farne un partito «normale». Con gli organi dirigenti eletti dal basso e non «unti» da leader; con le primarie per scegliere dirigenti e rappresentanti nelle Istituzioni. Una «controriforma» in piena regola. Una sorta di rivoluzione luterana contro la sacralità del dogma.

L’idea è recuperare lo spirito originario degli «azzurri». Non a caso nel suo discorso cita Reagan e la Thatcher, nel tentativo di recuperare l’ispirazione della «rivoluzione liberale» di cui si è persa le tracce nel berlusconismo del «nuovo secolo».

Fitto rimarca più volte di «non essere contro qualcuno», ma rivendica il diritto delle proprie idee nell’interesse del Paese e di Forza Italia. Anche a costo di subire il commissariamento della Puglia che «non può passare sotto silenzio». Oppure l’amarezza e la delusione di ricevere l’ultimatum del Cavaliere: decidi in 15 giorni, dentro o fuori.

Ma Fitto non ha alcuna voglia né di lasciare Forza Italia né di fondare un nuovo partito. Né teme, dice, un’espulsione di massa.

La sfida è lanciata. E il tour dei «ricostruttori» farà tappa nelle prossime settimane in varie parti del Paese.

Ma sebbene sobria nei toni, la «controriforma» fittiana non è piaciuta ai fedelissimi di Berlusconi. Ancora prima della convention, Brunetta ha criticato i «masaniello» che non arrivano poi da nessuna parte. E Giovanni Toti va giù ancor più pesante: «Non sono accettabili lezioni su come vincere da chi in questi anni ha perso tutto quello che non si poteva perdere. Regione, capoluogo... e in una terra tendenzialmente di centrodestra».

Una replica al vetriolo, che indica che, forse, i ponti tra le due «anime» di Forza Italia sono ormai saltati.

Il pugliese è ormai in mare aperto. Ha lanciato il guanto di sfida, se non proprio un’Opa, cioè un tentativo di conquista del partito di Berlusconi. Che certo non gode di ottima «salute», ma che non sembra intenzionato a farsi da parte.

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