Martedì 26 Marzo 2019 | 23:37

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Due spie luminose, due segnali di allarme dal pianeta Web. La prima si è accesa negli Stati Uniti, dove il giornalista Andrew Sullivan, tra i primi a battere, quindici anni fa, la strada dell’informazione su Internet, ha deciso di chiudere il suo blog “The Dish”, che pure vanta 30 mila abbonati che pagano il servizio, un milione di lettori e un milione di dollari di fatturato. Saturo della vita digitale, il blogger pioniere ha detto di voler tornare alla vita reale, a leggere lentamente e con cura, a ritirarsi nei suoi pensieri per dare forma alle idee, senza avere l’asfissiante obbligo di dover trasformare istantaneamente tutto in blog.

È la conferma di quello che da tempo molti esperti vanno ripetendo e cioè che tuffandoci con eccessivo entusiasmo e in modo acritico nell’universo delle tecnologie digitali, stiamo cambiando il nostro modo di apprendere e di ragionare, oltre che di analizzare i fatti: l’informazione “flash”, l’analisi in 140 caratteri, il continuo botta e risposta, la rete che moltiplica, esaspera e accelera tutto con un effetto-rimbombo che diventa incontrollabile.

L’altro segnale viene dall’Italia dove, secondo una recente inchiesta, esistono, tra i giovani, i disconnessi digitali. Nel nostro Paese quasi mezzo milione di adolescenti vive fuori da Internet, per questi ragazzi la rete rappresenta un reticolato che li separa dai loro coetanei.Sono i nuovi “asceti” che ostentano come virtù eroica il fatto di non essere mai entrati in un social media e di tenersi ben distanti da un mondo così approssimativo, rispetto alla solida cultura costruita sui libri, come quello della rete.
Difficile poter dire se questo “analfabetismodigitale” sia una virtù o un serio limite all’integrazione sociale. I giovani disconnessi da Internet rischiano infatti di restare congelati in una dimensione del passato, che invece che preservarli li condannerà a vivere in un eremitaggio digitale. Quasi degli “scomunicati” senza colpa, che vivranno il senso più profondo della contemporaneità come perenne occasione perduta.

Resta comunque inquietante il segnale che mentre uno dei pionieri del blog ha chiesto di “fermare il mondo” digitale per poter scendere e tornare ad una dimensione umana, molti giovani non hanno neppure comprato il biglietto per viaggiare nella Rete.

Internet ha modificato le categorie del tempo e dello spazio che hanno regolato finora l'informazione, determinando così una serie di effetti a catena. E’ cresciuto l'interesse per i problemi più concreti, la comunicazione è diventata più interattiva e “democratica” ma questa rivoluzione se da un canto sembra aver aperto grandi orizzonti per i cittadini/ lettori, ha proiettato nello stesso tempo l'ombra di una moderna Torre di Babele.
Come se ne esce? Come evitare che la Rete diventi un labirinto? Forse ha ragione papa Francesco quando dice che “non basta passare lungo le strade digitali, cioè semplicemente essere connessi ma che occorre che la connessione sia accompagnata dall’incontro vero” che può essere garantito dal ritorno alla realtà, all’umano, all’etica dei volti, come sembra ammonire il blogger “pentito”. E che la sfida che oggi ci si presenta èreimparare a raccontare, non semplicemente a produrre e consumare informazione. Una sfida, che inevitabilmente passa attraverso i mass media, per dar vita ad un nuovo umanesimo e costruire un'antropologia culturale, politica e morale per l' uomo tecnologico. Come insegnava il grande filosofo spagnolo Ortega y Gasset, si può diventare grandi esperti di tecnologie, ma restare barbari. Anche se specialisti o specializzati.

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