Martedì 26 Marzo 2019 | 02:52

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di Benedetto Sorino
La recessione che non c'è
La recessione in Italia è «tecnicamente» finita, dice l’Istat, certificando la crescita zero: non c’è il segno meno sul Pil del quarto trimestre, benché il bilancio dell’anno scorso resti negativo dello 0,4%.
L’avverbio tecnicamente, molto in uso fra gli addetti ai lavori, di solito serve a introdurre la consueta disanima sul bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Per una crescita zero c’è poco da festeggiare (ecco il mezzo vuoto) però la discesa s’è fermata (il mezzo pieno) e un altro dato, uscito quasi in contemporanea, va rafforzando in queste ore le tesi degli ottimisti.
Il debito pubblico nello stesso periodo non è cresciuto ulteriormente, nonostante i timori in senso opposto, bensì s’è ridotto di 26 miliardi. Può sembrare poca cosa, a fronte della mole appena scalfita degli oltre duemila e cento miliardi del debito complessivo, ma potrebbe essere anche questo un segnale di controtendenza rispetto a un quadro che dal 2009 ad oggi s’era via via deteriorato.

Per capire come stiamo messi male, basti pensare a quanto costi il cosiddetto servizio sul debito, ovvero gli interessi che il Tesoro paga a chi investe in Bot e Btp; circa ottanta miliardi l’anno. Ma a anche qui parliamo di una cifra finalmente in discesa grazie alla riduzione dello spread e il conseguente taglio degli interessi. Prova ne è che chi ha investito in Btp all’apice della crisi, il 2010 dell’emergenza dichiarata dal governo Monti, ha guadagnato somme cospicue in conto capitale col moltiplicarsi del valore dei titoli di Stato, oltre che assicurarsi a scadenza rendimenti persino oltre il 7 per cento.
C’è poco di farina del nostro sacco in questa (presunta) fine dell’emergenza. Invece di esogeno, di fattori indipendenti dall’economia nostrana, c’è moltissimo, e giova ricordarlo.

L’euro debole sta favorendo visibilmente le nostre esportazioni: al Nord le imprese manifatturiere hanno ripreso ad assumere, sia pure soltanto con contratti a termine. La caduta dei prezzi petroliferi è benvenuta in un Paese importatore netto di materie prime. Non ultima per importanza, l’operazione liquidità della Bce, per 1.100 miliardi, fa da scudo pressoché insuperabile ai nostri conti pubblici e a quelli delle banche, appena migliori dei primi, eccezioni a parte.
Una combinazione di fattori tanto favorevole non poteva che produrre questi primi segnali di disgelo. È presto tuttavia per parlare di una primavera, anche perché gli spiragli di sereno hanno bisogno di mani robuste per dispiegare in pieno i benefici effetti. E tocca al nostro governo dare seguito agli annunci sulle riforme promesse ai cittadini prima che all’Unione europea in cambio dell’auspicata fine dell’austerità.

Il caso della Grecia è ricco di insegnamenti per noi. Se è vero che la terapia imposta in cambio dei 240 miliardi di crediti concessi, non ha funzionato, anzi ha aggravato il disastro ellenico, è impossibile negare le responsabilità dei governi che si sono succeduti ad Atene. Facile è stato imporre la ricetta folle di sforbiciate ai salari, rincari di bollette e tassazione e licenziamenti di massa, inutile suggerire le riforme necessarie, che infatti non sono state affatto realizzate.

L’Italia «too big to fail» (troppo grande per fallire) non è la Grecia, ovviamente, però se non farà i compiti a casa richiesti, rischia comunque. Il fatto che la riforma del fisco, così essenziale per un Paese tra i più tartassati del pianeta, sia stata rinviata di sei mesi a causa delle solite beghe politiche, non lascia ben sperare.

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