Domenica 24 Marzo 2019 | 11:59

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di Vittorio B. Stamerra
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Fare confronti con il passato è sempre un rischio, l’obbligo di contestualizzare gli accadimenti limita di gran lunga i facili accostamenti. Non v’è dubbio però che il successo riscosso in queste ultime settimane da Matteo Renzi stimola il richiamo ad alcuni altri popolari leader che la politica ha consegnato alla storia. D’accordo, Renzi, per il carattere gerontocratico della nostra politica, è ritenuto poco più di un ragazzo, e soprattutto è ancora distante, per dimensione culturale e caratura internazionale, dalla possibilità di essere definito uno statista, ma in fatto di scaltrezza e di spregiudicatezza, doti che in politica sono fondamentali, sta dimostrando di aspirare a diventarlo. Per ora sul piano tattico, le ha vinte tutte lui. E forse riuscirà anche a liberarci contemporaneamente dalle spinte lobbistico/affaristiche dei due grandi rivali, Berlusconi e De Benedetti, ossia dalla vera guerra che per vent’anni ha ammorbato il clima politico ed istituzionale italiano. Da oggi in avanti però dovrà rendere chiaro dove porta il suo disegno strategico.

Bombardare le orecchie degli italiani sulla volontà di effettuare le riforme, anche quelle costituzionali, svecchiandole e rendendo lo Stato più leggero e al passo con le trasformazioni della società civile, è aria fritta. Troppo generico per lasciarci tranquilli. Sono più di trent’anni che la politica annuncia questi stessi obbiettivi, e poi sistematicamente li fa fallire. Sarà capace Matteo Renzi di fare quello che, prima di lui, non sono riusciti a fare statisti di provata fattura, da Fanfani ad Andreotti, da Moro a Craxi, da Prodi a Berlusconi? E domando scusa per le tante omissioni, dovute al solito conflitto tra fretta e memoria. Stiamo veramente messi male, come Paese, se per un’impresa di tali dimensioni, che richiederebbe l’impegno del meglio del meglio (basti pensare a quale fu il livello morale e la carica ideale dei padri costituendi), ci siamo messi nelle mani di un giovane di belle speranze e nessun mestiere, e di una altrettanto giovane avvocato di bella presenza. Se la qualità delle riforme costituzionali, ed elettorali, che la coppia Renzi-Toschi ci ha sinora mostrato di preferire è identica, su un altro piano, a quella dei provvedimenti adottati per tirare fuori il Paese dal pantano, c’è da mettersi le mani nei capelli e rivolgere da subito la nostra solidarietà per l’improba fatica che toccherà a Sergio Mattarella.

Il guaio è che andando avanti così non si arriva da nessuna parte. Come è accaduto altre volte nel passato, quando gli accordi sembravano belli e conclusi. E’ patetico, e divertente al tempo stesso, che oggi Silvio Berlusconi accusi Matteo Renzi di “derive autoritarie”, le stesse accuse che una certa sinistra (ricordate i “girotondini”?) ha rivolto per vent’anni all’ex Cavaliere, il famoso Caimano del film di Nanni Moretti. Il classico teatrino della politica, per dirla come ilo signore di Arcore. Il paradosso è che, prima della rottura del Patto del Nazzareno, le stravaganti (mettiamola così) proposte di riforma del duo Renzi-Boschi non solo erano condivise da Berlusconi, ma sostenute con il convinto voto di Forza Italia in Parlamento, senza il quale sarebbero state già inesorabilmente affossate. Non è la prima volta che Silvio Berlusconi, in tema di riforme istituzionali, fa clamorosamente marcia indietro e riporta la palla al centro. E’ passato alla storia l’imbroglio del “Patto della crostata”, sottoscritto a casa di Gianni Letta, a seguito del quale D’Alema rinunciò a spingere l’acceleratore sul conflitto d’interesse in cambio del via libera di Berlusconi sul varo delle riforme concordate nella Bicamerale. Tutti ricordano come andò a finire. La legge severa sul conflitto d’interesse non venne mai varata, ma Berlusconi si dimise dalla Bicamerale, decretandone il fallimento. Era però il Berlusconi di vent’anni fa, può permettersi oggi lo stesso lusso?

Se pensiamo all’agibilità politica che Renzi gli ha restituito, il progetto dell’ex Cavaliere può ottenere qualche chance di successo. Se la sinistra dem mantiene inalterate le sue riserve sulle leggi elettorali sin qui presentate da Renzi e frutto del Patto del Nazzareno, e a ciò si aggiunge il disimpegno di Forza Italia, il segretario del Pd non avrebbe più la forza in Parlamento per farle varare. Ed a niente servirebbe anche l’operazione “cambio di casacca”, che sta assumendo una dimensione incredibile anche dopo la decisione di autoscioglimento di Scelta Civica. I deputati e i senatori che si richiamavano a Mario Monti erano già organici alla maggioranza di Renzi, e quindi non porteranno un solo voto in più al governo. Anzi c’è da chiedersi come faranno a stare nello stesso partito il senatore Ichino, uno dei padri dello “job act” e l’onorevole Fassina, autorevole esponente della corrente di sinistra e filo sindacale. Ma su questi equilibrismi la politica è allenata. La minaccia di Renzi e dei suoi di andare avanti da soli verso le riforme, quindi, è solo una operazione mediatica.

La vera domanda è quanto c’è da scommettere sulla tenuta del punto da parte di Berlusconi, stretto com’è dalla necessità di tutelare le sue aziende e quella di non far allargare l’aria del dissenso interno rappresentato da Raffaele Fitto. Due esigenze per lui di portata esiziale. Allo stato è difficile che possa portarle avanti entrambe. Anche da questo dipende quanto durerà e che direzione prenderà la direzione della marcia, sinora trionfale, del giovane Matteo.

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