Martedì 26 Marzo 2019 | 11:18

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È stato un messaggio di alta dignità istituzionale quello che Sergio Mattarella ha pronunciato ieri nell’aula di Montecitorio: un’aula, definita un tempo “sorda e grigia”, che gli ha tributato 42 applausi in una trentina di minuti, con il senso liberatorio di un’assemblea rappresentativa che affida il Paese a una nuova guida e lo Stato a un nuovo Capo. Un discorso d’insediamento che, in un nome del “patto sociale” sancito dalla Costituzione, impone oggi all’Italia una “Agenda esigente” nel segno della libertà e dell’uguaglianza. Un appello dalla parte dei cittadini, in particolare delle donne e dei giovani, per invocare una politica come “servizio al bene comune” e ridurre le distanze fra le istituzioni e la gente. Senza dimenticare le legittime aspettative e le speranze del nostro Mezzogiorno.
 

Da “arbitro che dev’essere e sarà imparziale”, chiedendo però anche aiuto alla “correttezza dei giocatori”, il presidente Mattarella s’è presentato come il Garante dell’unità nazionale, per declinare uno per uno i principali diritti costituzionali: dallo studio al lavoro, dall’ambiente alla cultura, dalla Giustizia alla famiglia, fino a quei valori di “autonomia e pluralismo dell’informazione” che un quarto di secolo fa lo indussero a dimettersi da ministro, insieme ad altri quattro colleghi della sinistra democristiana, contro l’approvazione della legge Mammì che sanò “ex post” l’occupazione dell’etere e instaurò il regime televisivo. Ma è chiaro fin d’ora che il Capo dello Stato, nell’esercizio delle sue funzioni e delle sue responsabilità, deluderà probabilmente chi pensava o sperava di aver eletto un presidente compiacente e magari sorprenderà chi temeva invece di averne trovato uno pregiudizialmente ostile.

Mattarella sarà, insomma, il presidente delle regole e della legalità. Contro la deriva del processo legislativo e in difesa delle prerogative parlamentari. Di questo suo primo discorso ufficiale, colpiscono anche lo stile asciutto, le frasi brevi e incisive, il linguaggio moderno. E se un’omissione si vuol cercare fra le righe, sta proprio nella scelta di non citare Aldo Moro – forse per una forma comprensibile di ritegno e di pudore – come vittima del terrorismo politico e simbolo di un progetto politico per allargare la base democratica del Paese, prima verso i socialisti e poi verso i comunisti, a cui lo stesso presidente della Repubblica idealmente si richiama.

In questo senso, appunto, l’elezione di Mattarella si può considerare un’altra vittoria postuma dell’ex presidente democristiano. Moro, come tutti sanno, non morì casualmente in un incidente stradale o per un attacco di bronco-polmonite. Venne assassinato dai terroristi delle Brigate rosse, dietro cui si muovevano allora interessi contrapposti e convergenti (sì, proprio come le sue “convergenze parallele”) che, in un modo diviso in due blocchi dalla “guerra fredda”, facevano capo alle grandi potenze internazionali.

Fu necessario aspettare quel tragico evento perché al leader della Dc, accusato da una parte di essere il “capo del regime democristiano” e dall’altra di essere un “filo-comunista” , fossero riconosciuti – alla memoria - il ruolo e la dignità di uno “statista”. Ma Moro non aveva concepito il cosiddetto “compromesso storico” per formare un governo con il Pci: verosimilmente non l’avrebbero mai fatto né lui né Enrico Berlinguer. L’obiettivo finale, semmai, era quello di costituire le condizioni per instaurare finalmente in Italia il bipolarismo come presupposto del ricambio e dell’alternanza alla guida del Paese.

L’evoluzione di quel progetto, in seguito alla “stagione referendaria” aperta dall’iniziativa di Mario Segni, trovò proprio in Mattarella uno degli interpreti e degli artefici principali. Toccò a lui predisporre e firmare la legge elettorale che, nel “latinorum” della politica italiana, porta il suo nome: l’ultima legge elettorale legittima, quella che introdusse il sistema maggioritario seppure temperato da un recupero proporzionale. E che ha innescato, nel bene o nel male, l’alternanza di governo fra centrosinistra e centrodestra.

Questo precedente, insieme alle caratteristiche personali di un galantuomo, attribuisce ora al presidente Mattarella una particolare responsabilità di vigilanza nella definizione della nuova legge elettorale all’esame del Parlamento. Ingiustamente demonizzato da una parte della vecchia sinistra, l’Italicum rappresenta comunque un antidoto contro il bis del “patto del Nazareno” o altri inciuci più o meno segreti. Una sistema che, attraverso il premio di maggioranza alla lista che raggiunge il 40% o il ballottaggio fra i due partiti più votati, stabilisce con certezza chi vince e chi perde, chi governa e chi sta all’opposizione.

Per tornare alla normalità repubblicana, invertire la tendenza e imboccare la ripresa economico-sociale, oggi il nostro Paese ha bisogno innanzitutto di ridefinire le regole del gioco: quelle che disciplinano il confronto democratico, il ricambio e l’alternanza alla guida del Paese. Da oggi, sappiamo che l’Italia può ripartire con e da Mattarella.

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