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Un tempo si diceva che nascere musicista in una terra del Sud poteva essere una fortuna, ma soprattutto una disgrazia: di cosa vivrai? Non c’erano ancora i talent show quando Mimmo Modugno intraprese il suo lungo viaggio nel mondo della canzone. E non c’erano nemmeno quando Al Bano iniziava a mostrare la sua voce possente stringendo a sè Romina. E però c’era Sanremo, c’era il re dei Festival, che già dal 1958 fece trionfare il polignanese Domenico Modugno e la sua Nel Blu dipinto di blu. Pochi anni dopo, arrivò da Cellino San Marco anche la coppia Al Bano-Romina, che ora, a distanza di 24 anni è ancora lì, pronta ad aprire il Festival che - anch’esso - è ancora lì, profondamente cambiato come lo sono i cantanti, la musica e l’Italia stessa.

Diciamolo subito: i talenti non nascono ogni anno, né a Nord né a Sud. Lo si capisce ascoltando ciò che - ingiustamente - ci passa la radio: chi avrà mai «promosso» certe voci gracchianti, certe ugole insignificanti? Eperò il Sud della musica si fa sentire sempre di più: se Sanremo è, ammesso che lo sia davvero, un indicatore di trend , la tendenza quest’anno vira verso di noi. Le «madrine» del festival saranno una pugliese e una lucana, la salentina Emma e la potentina Arisa (che è nata a Genova da una famiglia di Pignola). Come renderanno nel ruolo di «vallette» al quale sono state chiamate è tutto da vedere, ma entrambe raccontano una parte della storia di tanti, di quella voglia di emergere che all’improvviso per loro è esplosa dal video, materializzandole sui palcoscenici, nelle hit parade e persino nel mondo del gossip.

Quanta Puglia sin dalla prima puntata del 10 febbraio: sì perché come ormai tutti sanno, il festival si aprirà con la Felicità (solo musicale?) di Al Bano e Romina. L’ex coppia che si riaccoppia nel nome della carriera artistica, prima con una folgorante serie di serate in Russia, poi con l’amarcord sanremese. Lui e lei tanti anni dopo, due icone in una, due metafore di tutto quello che non c’è più, perché è finita la loro Italia dei tempi d’oro, è finita la loro famiglia (e quella di molte altre persone), è finito il loro modo di cantare e tra l’altro il nuovo che avanza non sempre convince. Loro ci saranno, perché alla fine - che piaccia o no ammetterlo - un po’ mancano a tutti. Sono il nostro passato, incarnano quello che è stato il Festival e che forse è ancora. «Non chiamatelo il festival della “restaurazione”», ha detto ieri, difendendosi dai paladini delle novità, il presentatore Carlo Conti. E ha sottolineato che da sempre Sanremo è tradizione: «Ha 65 anni».

Più chiaro non poteva essere. Ma al Festival ci sono anche i giovani, anzi, è con loro che l’orto della musica si fa rigoglioso. E tra questi giovani 2015, ancora due pugliesi, ancora due donne, la 25enne barese Serena Brancale, voce pulita, intensa, carnale e dal sapore latinoamericano; e la leccese Carolina Bubbico, anche lei 25 anni, il più giovane direttore d’orchestra che sia mai stato «sperimentato » a Sanremo. E ancora: tra gli ospiti, quel Biagio Antonacci (padre di Ruvo di Puglia) che ormai ama e canta la Puglia, amatissimo dal suo pubblico quaggiù, come se avesse stretto un patto di sangue con il sole e i ritmi «pizzicati».

Musica leggera, anzi leggerissima, come ben sta in un Festival arrivato ai 65 anni con questa «etichetta». Un brand che ogni anno ci tiene incollati e ci discosta, infuriando con tutte le consuete «messe in scena» che ben conosciamo: lo scandalo (ricordate la farfalla di Belen?), la polemica (mille non una), la politica, la novità... Sappiamo che a metà febbraio l’Italia va così. Sappiamo che a metà febbraio la musica va in prima pagina sui giornali e «infesta» i Tg, il web, tutti i media, che invece potrebbero occuparsene di più anche negli altri mesi, quando non ci sono solo i grandi talent ma tutti i giovani e meno giovani talenti pieni di fatica e di speranza, pronti a cercare chi - a Sud o a Nord - voglia ascoltarli, scoprirli e giudicarli. Giovani musicisti che a volte non hanno nulla da dire (ma Voltaire sosteneva che ciò che «è stupido da dire va cantato»), oppure poeti del rap o ancora cantanti che come Ray Charles credono di «essere nati con la musica dentro». Per loro ci vorrebbero mille Sanremo. A noi, con quello che costa, ne basta uno.

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