Mercoledì 20 Marzo 2019 | 14:46

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Fallimento è sinomino di fine? Per quanto la dichiarazione di insolvenza sia il passo che inevitabilmente segue l’ammissione all’amministrazione straordinaria, ciò che è accaduto ieri all’Ilva ha fatto rumore. Come se fosse un fulmine a ciel sereno, come se non si sapesse che l’attuale stato dell’azienda è il timbro che certifica la già nota, pesante crisi finanziaria, come se si ignorasse l’enorme esposizione che l’Ilva ha verso fornitori, indotto e banche per cui anche la cifra dei 3 miliardi di indebitamento, in questo contesto, non può ritenersi una sorpresa Ma, si sa, ogni occasione è buona perchè i catastrofisti facciano sentire la loro voce e descrivano la situazione più cupa di quanto non lo sia già. Francamente non abbiamo mai considerato il decreto legge della vigilia di Natale un toccasana o un miracolo. E abbiamo già visto come non siano bastate più leggi nell’arco di due anni e mezzo.

Così come nemmeno la Magistratura ha poteri salvifici. Eppoi, era noto sin da un mese fa che il decreto guidava l’azienda verso l’amministrazione straordinaria e che quel testo uscito da Palazzo Chigi andava rivisto, corretto, integrato e arricchito in più parti. Ed è quello che il Parlamento sta facendo e continuerà a fare. Perchè l’esame del Senato non è affatto concluso - altri emendamenti sono in arrivo - e dopo il Senato sarà la Camera a dire la sua parola. Ci auguriamo, quindi, responsabilità, concretezza e misure che traducano i bisogni reali in interventi legislativi.

Ovviamente, il tempo e i fatti ci diranno se il percorso dell’amministrazione straordinaria che poi dovrà evolvere nella nascita della newco, sia stato giusto o meno. O se, invece, bisognava scegliere altre strade. Per esempio, negoziare duramente con i Riva, usando anche la forza di leggi precedenti, perchè mettessero soldi veri nella loro impresa. Quei soldi che non hanno messo - come accusa la Magistratura - perchè collocati altrove. Oppure se sarebbe stato più utile portare sino in fondo la trattativa con Arcelor Mittal-Marcegaglia, la cordata industriale che sembrava ad un passo dall’acquisizione dell’Ilva quando poi Matteo Renzi ha cambiato idea e deciso che per l’azienda sarebbe intervenuto lo Stato per rimetterla a posto prima di venderla. Ora, se in una fase così delicata porsi interrogativi è del tutto lecito, va comunque osservato che un autorevole ed esperto magistrato come Francesco Greco, procuratore aggiunto di Milano, parlando giorni fa al Senato proprio sul decreto legge, oltre a suggerire indicazioni su come migliorare il provvedimento per renderlo efficace sotto il profilo dell’utilizzo del denaro sequestrato ai Riva, ha anche detto che bisognava puntare all’amministrazione straordinaria dell’azienda già da tempo.

Comunque sia, questo è il momento di mettere in salvo l’azienda, i posti di lavoro e un’economia intera. Perchè se mettiamo in salvo quest’industria e facciamo in modo che torni a produrre e a recuperare mercato, clienti e fatturato, ci potranno essere le risorse, poche o molte si vedrà, per fare anche altro a partire dal risanamento ambientale che Taranto aspetta in modo sacrosanto. Chi non comprende quest’assoluta, drammatica priorità, compie un errore. Chi non si rende conto di essere davanti ad una strada con le tappe già segnate - liquidità immediata all’azienda, pagamenti dei creditori, assetto e risorse dela nuova società e rilancio industriale -, sottovaluta pericolosamente la complessità del caso. Renzi, che è stato politicamente abile a concludere l’elezione del presidente della Repubblica, su Taranto ha messo la faccia, con Taranto ha preso impegni, e sebbene Ilva e Taranto non siano politicamente strategici come lo è invece l’elezione dell’inquilino del Colle, pensiamo che non sfugga al premier il rischio, già evidente, di un fallimento totale e non solo economico-finanziario. Non è più tempo, quindi, di divagare, nè di avventurarsi verso fumosi piani B o alternativi (verrebbe poi da chiedersi con quali risorse) o di insistere con un radicalismo logoro e stantio di posizioni che non ci porta da nessuna parte se non a sbattere. Ora bisogna pensare solo alla salvezza. Dell’Ilva e di Taranto.

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