Giovedì 21 Marzo 2019 | 02:53

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Il capolavoro del premier: una garanzia al Quirinale

di Giuseppe De Tomaso
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Se nell’Aldilà, il principe dei politologi, Nicolò Machiavelli (1469-1527) ha avuto modo di assistere alle presidenziali italiane, di sicuro ha gioito per la prestazione del suo giovane conterraneo Matteo Renzi. Alternando forza e astuzia, il putto fiorentino, non solo, in un colpo, ha depotenziato la minoranza interna Pd, ha scompaginato il Nuovo Centro Destra, ha destabilizzato Forza italia, ha bypassato grillini e leghisti, ma ha, soprattutto, dato al Belpaese il Presidente giusto al momento giusto.

Infatti. Oltre alla spinta del suo potente sponsor, Sergio Mattarella ha messo parecchio del suo per approdare alla massica carica della nazione. In un Paese in cui tutti parlano, anzi straparlano, il nuovo Capo dello Stato appare un alieno: idiosincrasia all’orgia parolaia, refrattarietà alla politica spettacolo, renitenza alla demagogia elettorale, impermeabilità alle seduzioni sceniche del potere. Pregi, in Italia, più rari di uno spogliarello al Polo Nord.

Renzi è troppo intelligente per immaginare di aver insediato al Quirinale una figura che stenderà tappeti rossi a ogni iniziativa del governo. Ma anche gli anti-renziani devono sapere che Mattarella ha troppo senso delle istituzioni per prestarsi ad azioni di guerriglia contro l’esecutivo nei momenti cruciali di uno scontro parlamentare. La sua estrazione morotea è una garanzia a riguardo: le istituzioni sono più importanti di un partito politico o di un leader amico.

Ciò non significa che il nuovo inquilino del Colle sarà un presidente passivo dopo una lunga serie di presidenti attivi. Primo, perché è la stessa Costituzione ad attribuire poteri significativi al Capo dello Stato. Secondo, perché i poteri del Presidente sono, per dirla con i costituzionalisti, poteri a fisarmonica: protocollari quando il governo è solido, incisivi quando il governo è debole.

Oggi, il governo è forte. Ed è fortissimo, in particolare, il suo giovane capo. Se il timore di Renzi era quello di trovare sulla sua testa un Presidente ingombrante sul piano mediatico, la scelta di Mattarella ha sgombrato da sùbito ogni dubbio. Mattarella non gareggerà mai con il premier per raggiungere il livello più alto di popolarità. Ma non resterà zitto come un pesce se ravviserà nel governo qualche strappo, qualche sbrego al rispetto della carta costituzionale.

Lo scenario sarebbe risultato assai diverso, invece, se al Quirinale fosse arrivato un Giuliano Amato o un Romano Prodi. Amato e Prodi sono provvisti di un curriculum più lungo di un velo nuziale. La loro agenda telefonica internazionale può riempire una biblioteca. Se Renzi avesse dato il placet all’investitura quirinalizia di uno dei due, avrebbe per così dire firmato il proprio certificato di subalternità. Soprattutto in politica estera, giocoforza, l’immagine ingombrante dei due ex premier non avrebbe di sicuro massaggiato il super-ego renziano, la sua consolidata autostima.

Con Mattarella che, per temperamento, appare l’opposto di Renzi, non sorgeranno problemi di «precedenze» nel traffico telefonico e nei contatti con le cancellerie straniere. Non ci saranno diarchie. Il premier andrà avanti per la sua strada. Il presidente della Repubblica sorveglierà dal Colle più prestigioso dell’Urbe.

Rimane, a questo punto, da capire come mai Berlusconi e Alfano abbiano pasticciato come chef d’osteria di fronte alla candidatura di Mattarella. Davvero non si capisce. Primo, perché Mattarella non è un guerrigliero di Fidel Castro. Secondo, perché non sussistevano alternative credibili a Mattarella. Terzo, perché era chiaro da sùbito che il centrodestra avrebbe rischiato seriamente di dividersi al proprio interno sul nome dell’ex ministro democristiano, una personalità che, per storia e cultura, annovera amici ed estimatori anche dentro lo schieramento moderato. Il che si è puntualmente verificato.

Si obiettava nel centrodestra: buona la persona, cattivo il metodo che ha condotto alla designazione di Mattarella. In altri termini: non potevano ratificare il «prendere o lasciare» di Renzi. Ma al Quirinale non doveva essere eletto il signor Metodo, semmai una persona in carne e ossa. Se la persona era degna, a che serviva - con un supplemento di politichese allo stato puro - agitare l’argomento del metodo? Quanta gente avrebbe compreso la distinzione tra il candidato (condivisibile) e il metodo (inaccettabile)?

Il sì dei due terzi dei Grandi Elettori alla candidatura Mattarella indurrà al mea culpa chi ha tergiversato davanti a Renzi. Il che provocherà altre reazioni a catena all’interno di tutto il centrodestra. Mattarella, come Carlo Azeglio Ciampi nel 1999, possedeva tutte le caratteristiche per essere votato da tutte le forze politiche. Al posto di Berlusconi non avremmo osteggiato più di tanto la soluzione preparata da Renzi, anche perché gli altri nomi presidenziabili erano quasi tutti, come si usa dire adesso, piuttosto divisivi.

Ci si chiede adesso che fine farà il Patto del Nazareno sulle riforme, Patto dato per morto in queste giornate. Quasi sicuramente risorgerà come Lazzaro, perché mai come ora Renzi è il padrone della scena. Il Rottamatore, con un colpo da campione, ha ridotto a più miti pretese rivali, alleati e avversari. E continuerà sulla strada percorsa finora: utilizzerà la sinistra pd per frenare Berlusconi, Berlusconi per frenare la sinistra pd, Berlusconi per bloccare Alfano, Alfano per bloccare Berlusconi. Un «divide et impera» che al premier riesce come da manuale, grazie anche alla difficoltà di gioco delle altre squadre in campo.

Ieri il governo e il suo leader hanno vinto lo scudetto d’inverno. Certo, lo scudetto definitivo si giocherà su economia e riforme, discipline ancora più ostiche della materia quirinalizia. Ma chi vince lo scudetto d’inverno di solito vince anche lo scudetto d’estate.

detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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