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Ci piacerebbe - si fa per dire - poter guardare negli occhi la persona che ieri si è messa in coda a Roma per dare l’ultimo saluto a Pino Daniele e, una volta davanti alla salma, l’ha fotografata, per poi pubblicare immediatamente l’immagine su internet. Ci piacerebbe capire quale rappresentante della variegata tipologia umana possa agire in questo modo. E, già che ci siamo, capire come mai non impariamo a vivere e nemmeno a morire. Drammatiche constatazioni sul nostro stare al mondo emergono ogni volta che ci troviamo di fronte alla fine «pubblica» di un personaggio noto: è giusto che la morbosa curiosità sovrasti ogni logica umana? È plausibile che si perda la testa?

Il corpo «esposto» per la morte: sin dall’antichità abbiamo questo costume e nessuno può obiettare. Ma nemmeno si può dar ragione a chi scatti il clic, a chi offenda in questo modo l’immagine e la privacy, violando sicuramente qualche norma di legge ma soprattutto i principi etici del vivere comune. Quanto è «pubblica» la morte di un individuo pubblico? Quanto è giusto accalcarsi per andare a guardare, per affacciarsi su quell’abisso che tutti temiamo?

Gli interrogativi, a poche ore dalla fine di Pino Daniele, sembrano non finire mai. Il grande abbraccio dei fan, le sue canzoni suonate e ascoltate a tutto volume, le bandiere a mezz’asta sono gesti simbolici di affetto, omaggi meritati per l’artista e la sua voce. Così come lo è stato il flash mob in piazza Plebiscito, l’appuntamento corale per gridare Ciao, Pino, per cantare un’altra volta tutti insieme Napule è. Tutto il resto, invece - avrebbe detto lui stesso - è n’ata storia. Tutte le storture di questa vicenda hanno un che di disumano.

Non solo la foto della salma postata sul web; non solo le proteste a gran voce da parte di chi non è riuscito a entrare nella camera ardente. Che chiasso. Lasciare in pace Pino Daniele significa abbandonarsi ai suoi suoni, a quella venatura di malinconia che esplode dalle sue canzoni. E invece eccoci a ricostruire i meandri del suo testamento e le liti (dove non esistono?) all’interno della sua complicata famiglia: due mogli, una compagna, cinque figli dai due matrimoni, più fratelli e nipoti sparsi. La situazione è stata chiara da subito, quando sono nate «scintille» sul dove celebrare i funerali, se a Roma (dove Pino Daniele viveva) o a Napoli (che è la sua anima). Il caos mediatico ha il suo esempio nella decisione finale presa ieri sera e cioè quella di organizzare due funerali per lo stesso corpo, due liturgie di folla per non scontentare nessuno.

Un funeral show , anzi funeral sciò, per dirla alla Pino Daniele, che ha ulteriormente spaccato la famiglia, tanto che fratelli e sorelle non andranno al funerale di Roma (alle esequie numero uno, per interderci, quelle decise dai figli).

Povero Pino, lui e la sua chitarra forse sarebbero rimasti volentieri tranquilli, chissà, in cerca di quel sonno ristoratore che è la morte. «Back home... finalmente a casa...», aveva scritto il re del blues napoletano nel suo ultimo tweet. A riprova che se il suo corpo (malato) avesse potuto scegliere, avrebbe percorso la strada del silenzio, della pace. Non ci sarà pace per un bel po’, invece. Perché c’è troppa gente, troppi flash e perché lui non può più cantare Nun me scuccià. Già ieri l’ex moglie Fabiola ha dichiarato a «Il Messaggero» che «poteva essere salvato e che doveva essere portato nell’ospedale più vicino, a Grosseto», accusando implicitamente l’attuale compagna, Amanda. Ne vedremo delle belle. Ma solo noi vivi, matti come siamo di protagonismo e vogliosi di scandalismo. Altro che Pino Daniele, qui è un mondo intero a poter cantare Je so’ pazz.

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