Martedì 26 Marzo 2019 | 11:47

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di Raffaele Nigro
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Le celebrazioni di Matera 2019 non mancheranno di portare tra i Sassi le opere e il nome di Giacinto Cerone,un artista lucano morto giovanissimo il 4 ottobre 2004 presso il San Camillo di Roma e proiettato, se non fosse stato stroncato prematuramente, verso grandi fortune. Mi piace collocare Cerone tra artisti rivoluzionari come Pazienza e Pascali,forse il meno irregolare dei tre,un pittore e scultore ancora tutto da scoprire,come ha ribadito il critico Giuseppe Appella durante le celebrazioni del decennale della scomparsa, tenutesi a Roma,due mesi fa. Una monografia pubblicata da Electa ha tuttavia sollevato un velo su questa esistenza e spero che serva ad avviare gli studi su un artista che ha sperimentato materie sempre nuove e che ha fatto della ricerca una ragione costante di impegno.

Chi lo ha tenuto a battesimo è stata Valentina Bonomo,gallerista di origine barese figlia di Marilena e proprietaria a Roma di una galleria d’arte moderna presso la quale approdano,come già accadeva presso la madre a Bari,artisti noti e meno noti del panorama internazionale. Valentina si è impegnata infatti ad inserire Cerone in molte collettive, lo ospita in galleria per la prima personale romana e si impegna a organizzare una sua personale a Londra, perché del suo valore innovativo è sicuramente tra le persone più convinte.Lo ricordo Cerone negli anni dell’adolescenza a Melfi,città dove è nato il 18 aprile del ‘57.

Era conosciuto come il figlio del “tappezziere”,sempre ellittico rispetto ai comportamenti borghesi. Non ne avevo colto le qualità,non ne ebbi tempo,perché mentre lui si formava io ero già passato agli studi universitari a Bari e solo d’estate tornavo al paese e avevo modo di incrociarlo tra i miei amici Lovisco e Ciliento, pittori meno giovani di lui e che si stavano anch’essi formando. Vidi in casa di Ciliento appena un olio,una tela imbrattata di rosso pomodoro, incorniciata ma rovesciata, come l’artista volesse dare lustro al retro dell’opera,a ciò che non appare,alla zona destinata a guardare solitamente in faccia il muro.

Una forma di spazialismo che era esaltazione dell’interiorità nascosta della nostra psiche. Cerone si era iscritto nel frattempo al Liceo Artistico di Melfi e successivamente all’Accademia di Belle Arti di Roma. I suoi maestri erano stati Umberto Mastroianni e Pericle Fazzini e già nel 1976 aveva partecipato a un allestimento collettivo presso Palazzo Braschi,mentre tre anni più tardi concludeva gli studi accademici con una tesi su Van Gogh per il corso di Storia dell’Arte tenuto da Cesare Vivaldi.melfiLa conclusione degli studi lo porta a rientrare a Melfi e nell’estate dell’80 a preparare con Ciliento delle giornate di performance,sui temi della Contrazione e dello Zinco. Ma Roma lo chiama e quando si rende conto che la provincia non può aiutarlo a produrre nulla di innovativo rientra nella capitale,stringe amicizia con Appella e frequenta la sua galleria di Via Mario dell’Arco.

Appella ha da anni sperimentato la trasformazione del suo paese natale,Castronuovo Sant’ Andrea,in provincia di Matera, in una galleria a cielo aperto e Giacinto terrà proprio laggiù la sua prima personale:Dieci sculture e dieci motivi jazz”. Matrimonio nel 1984 con Elena Cavallo,decisione di stabilirsi definitivamente a Roma,con lo studio in vicolo del Bologna a Trastevere e la nascita di Michele, un evento che Giacinto festeggia con la personale di Milano dal titolo “San Michele”,seguita nel 1993 dalla nascita di Lorenzo. E’ questo il periodo in cui a interessarlo è la grafica, seguita dalla scoperta di due materiali nuovi,l’alluminio e la ghisa che utilizzerà per la personale di Verona e successivamente della ceramica di Faenza. Fioccano intanto le prime critiche positive,a firmarle sono Paolo Balmas,Martina Corgnati,Vito Apuleo.

Intanto stringe amicizia con la pittrice Giosetta Fioroni,insieme a lei illustreranno il testo poetico “Incerti frammenti” di Andrea Zanzotto e con la poetessa Patrizia Cavalli e con il critico Mario Quesada. Fu probabilmente la visita alle opere di Pascali che convinse Giacinto a produrre le sue prime pitture orizzontali in gesso e moplen. Realizza “Il mare”, il “Disco con gigli”,la Stele bucolica e le Calle appoggiate. Ora l’attività creativa dà anche delle risposte economiche positive e Giacinto si arrischia a lasciare l’insegnamento,mentre consegna alla Bonomo delle opere che riproducono gigantografie in ceramica di merletti e di oggetti di oreficeria. Realizza i gessi senza preparare gli stampi,come nel caso dell’opera orizzontale dedicata a Pascali in Via degli Artisti a Torino. La colata di gesso occupa tutto il pavimento di una stanza così che gli osservatori potranno vederla solo dall’esterno.

Una domanda che si pone è “Può un’opera d’arte strappare l’applauso dei visitatori? Non ho mai visto qualcuno applaudire la Gioconda”. E non si trattiene dal mescolare pittura e poesia,con citazioni di Montale,di Rilke e di Holderlin. E’ toccato dalla poesia del sublime e dal tema del passaggio tra aldiqua e aldilà,come quella “Sposa infelice” realizzata per la facoltà di Architettura Valle Giulia e che fu l’ultima opera da lui firmata.

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