Mercoledì 27 Marzo 2019 | 04:16

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di Vittorio B. Stamerra
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Non è un argomento che appassiona. E non solo, in questo caso, per la personale aristotelica convinzione che, a suo modo, ogni uomo è un “animale politico”. Da quando il mondo è mondo a governare i popoli è stata sempre la politica, comunque essa espressa. Alla domanda ricorrente in questi giorni, se a succedere a Giorgio Napolitano nello scranno più alto della Repubblica, rispondo quindi che non v’è alcun dubbio che debba essere eletto un rappresentante espressione della politica. Ed alla stantia italica diatriba se al governo ci debbano stare i tecnici o i politici, dibattito che ad ogni elezione divide l’opinione pubblica, ribadisco il mio convincimento: è la politica a decidere quali località dovrà collegare una strada, ma a costruirla debbono essere gli ingegneri. Un principio universalmente scontato in tutte le democrazie occidentali, ma che in Italia, evidentemente per i troppi cattivi esempi che la politica ed i partiti hanno offerto, si finisce con il metterlo in discussione. E, alla vigilia di una elezione importante, come quella del nuovo capo dello Stato, il dibattito si sta puntualmente presentando.

Eppure mai, come in questa occasione, per come è ridotto il nostro Paese (è inutile ripeterne ogni volta la fotografia), è necessario che a dirigere il traffico istituzionale sia chiamato un arbitro che non sia estraneo alla partita, nel senso cioè che conosca bene le squadre in campo ed i loro segreti. Fuor di metafora, occorre una personalità che goda certamente della più alta stima ed autorevolezza anche a livello internazionale, ma che conosca profondamente anche i meandri della struttura dello Stato in tutte le sue articolazioni, che non sia un marziano (o si comporti come tale) di fronte ai riti, ai segreti della politica che, non lo si dimentichi mai, sono l’essenza della democrazia. Anzi, proprio questa condizione, deve costituire garanzia di quell’indipendenza e quell’equilibrio necessari al corretto funzionamento della notevole responsabilità di cui è depositario. Un po’, se volete e sui la discussione è aperta a destra come a sinistra, come quello che Napolitano ha fatto durante il suo lungo mandato, e prima di lui Azeglio Ciampi. Una funzione che non tocca ai notai, capaci più a legittimare le divisioni che a governarle.

Perché l’Italia dei giorni nostri è di fatto già una repubblica presidenziale. Sul Colle non risiede più da molti lustri ormai un dispensatore di sole onorificenze e appelli di Capodanno. Da Pertini in poi, quanto più la politica ed i partiti non sono stati capaci di garantire il migliore funzionamento delle istituzioni, tanto più è toccata agli inquilini del Quirinale quella supplenza atta a garantire –per quanto è stato loro possibile, anche per non violare le regole istituzionali- il supremo bene comune. Anche, talvolta, commettendo degli errori (l’uscita di Berlusconi da Palazzo Chigi nel 2011, ad esempio, avrebbe meritato più un ricorso anticipato alle urne, che la parentesi “tecnica” del governo di Mario Monti).

Non sappiamo se è questo che oggi vogliono i partiti. E’ invece proprio il bilanciamento dei poteri previsto nella nostra Costituzione, e che va comunque salvaguardato in ogni possibile ipotizzabile riforma, ad imporre la scelta di un politico autorevole. Uno che, senza alcuna abiura per la sua cultura, le sue idee, la sua storia, abbia però l’autorevolezza di poter dire di no, quando è necessario, di assecondare il lavoro dell’esecutivo quando è giusto. Ve lo immaginate un presidente della Repubblica che un giorno telefona a Renzi, ed un altro a Berlusconi, prima di mettere la firma ad un decreto o ad avallare una nomina? O magari si lasci impressionare dalle ingiurie di Grillo o di Salvini, o si preoccupi delle fabbriche (ormai immaginarie) occupate da Landini?

Per la complessità di come si presenta oggi il quadro istituzionale e politico alla vigilia delle dimissioni di Giorgio Napolitano, è’ probabile che qualcuno pensi davvero ad una ipotesi di questo genere, e qualche malpensante ritenga che all’uopo esista persino un protocollo segretato e paramassonico dei Patti del Nazareno che lo preveda. Roba da girare a Ken Follet magari per costruire il suo prossimo romanzo di qualche migliaio pagine.

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