Martedì 26 Marzo 2019 | 03:25

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Ben quattro ministri si sono alternati alla guida della Farnesina da quando i due marò pugliesi, il barese Salvatore Girone e il tarantino Massimiliano Latorre, sono stati «sequestrati» in India con l’accusa di aver ucciso due pescatori durante un’operazione antipirateria. Nessuno di questi ministri, né il nobiluomo Giulio Terzi di Sant’Agata, né Emma Bonino, né Federica Mogherini, né l’ultimo appena arrivato, Paolo Gentiloni, anch’egli di sangue blu, hanno cavato un ragno dal buco.

I primi tre hanno sfoderato minacciose dichiarazioni di «guerra», tra un rinvio e l’altro di un tribunale o di un’autorità del Kerala (dove il «fattaccio» si compì), per poi farsi cuocere a fuoco lento dalle autorità indiane, collezionando figuracce.

Si può dire che l’Italia, a prescindere da chi la governi, è ridotta all’insignificanza in politica estera? Certo, a giudicare dal verdetto di ieri della Corte Suprema indiana. Massimiliano Latorre aveva chiesto di prolungare in Italia la sua convalescenza dopo l’ictus che lo aveva colpito durante la sua prigione. Permesso negato. Salvatore Girone, a sua volta, aveva espresso il desiderio di trascorrere anch’egli il Natale in famiglia. Richiesta respinta. Con la giustificazione (risibile) che il processo non è ancora iniziato. In attesa che la stessa Corte Suprema risolva il nodo di quale polizia debba occuparsi delle indagini e depositare la denuncia dopo che dall'iter giudiziario è stata eliminata la legge antiterrorismo indiana invocata dalla polizia investigativa.

 Già, sono passati quasi tre anni e continuano a prenderci per i fondelli. Senza dimenticare quanto scarso sostegno sia giunto dall’Unione europea, a parte retorici proclami di solidarietà.

Se non è uno schiaffo quest’ultimo diniego, cos’è? Schiaffo al Paese, non soltanto a due militari, tanto da provocare l’indignazione del presidente Giorgio Napolitano. Oltraggio di fronte al quale un altro ministro, quello della Difesa, Roberta Pinotti, promette con tono altisonante una reazione forte. Chi ci crede?
Protagonista di un epocale dietrofront, ricorderete, fu il presidente Mario Monti. Nel Natale 2012 i marò a casa, grazie a una «gentile» concessione indiana. L’allora titolare della Farnesina, Giulio Terzi, decise che non dovevano più tornare in India, ma poi fu costretto a rimangiarsi tutto.

Fu la fine dell’illusione, i due fucilieri di nuovo prigionieri. Lui andò in Parlamento a rassegnare le dimissioni. Non si è mai capito se la scelta revocata  fosse stata concordata oppure presa da Terzi in autonomia e forse non lo sapremo mai.

Il nobiluomo nel frattempo s’è levato qualche sassolino dalle scarpe. Ha accusato Corrado Passera, allora titolare dello Sviluppo Economico, di aver obbligato il governo alla retromarcia per motivi puramente commerciali. Ha aggiunto che persino la strada dell’arbitrato internazionale fu sbarrata per «vile» denaro, adoperando parole velenose: «Un vergognoso errore di Monti su istigazione di Passera».  

Se è vero che l’India è una grande potenza globale, con la quale intratteniamo molteplici affari, a cominciare dalle commesse di Finmeccanica e Fincantieri, anche l’autorevolezza e il prestigio di una Nazione hanno un peso nelle relazioni economiche. Uno schiaffo «diplomatico»  può precludere altri profittevoli commerci quando metta in gioco la serietà e l’affidabilità di un Paese. Anche il Dio denaro, insomma, ha di che lamentarsi di fronte all’inconcludenza della nostra politica estera.

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