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di Michele Partipilo
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Alla fine più d’uno ha storto la bocca. Un Benigni così credente non se l’aspettavano. Il guitto che finì in tribunale per le offese alla religione ai tempi di Arbore e del Papocchio è irriconoscibile. In quattro ore di programma, suddivise in due serate, il premio Oscar dà il meglio di sé sciorinando una grande conoscenza della cultura biblica. Ha studiato e molto per prepararsi a questo appuntamento. I maligni dicono anche sulla spinta del generoso cachet percepito e sul quale si vociferano cifre da favola. Forte anche della frequentazione con la Commedia dantesca è riuscito a rendere la bellezza del testo biblico senza far pesare la profondità dei temi trattati. Qualcuno ha detto che forse ha usato troppe parole per spiegare parole semplicissime. Può darsi ma può darsi anche che, più semplicemente, non sia piaciuta la «conversione» del toscanaccio.

Benigni ha aperto la prima serata dello spettacolo con una dichiarazione che non ammetteva repliche: Dio c’è. S’è capito subito quale sarebbe stato il resto. Non un omaggio al dubbio, alla ricerca, ma una testimonianza profonda alla verità della Parola: «Quella che Dio stesso scrisse con il suo dito nella pietra».

È una sorpresa dopo l’altra in un canone che sembra dipanarsi come nei precedenti spettacoli di Benigni: prima l’introduzione fatta di battute sull’attualità, poi l’analisi del contesto storico e infine la lettura e il commento del testo. Così è accaduto per la Divina Commedia, così per la Costituzione e l’Inno di Mameli, così è sembrato accadere anche questa volta. E invece c’è stata una grande differenza: in quelle occasioni erano in ballo valori etici e politici, con i Comandamenti entra in ballo la fede, roba che come egli stesso ha ricordato, è stata fonte di migliaia di guerre nel corso dei trenta secoli che vanno dai tempi di Mosè ai giorni nostri. Una guerra in nome di Dio che anche ieri ha avuto le sue vittime sacrificali: tutti bambini, tutti innocenti, tutti uccisi come ai tempi del Faraone.

Benigni utilizza tanto i testi della traduzione cattolica della Bibbia, quanto quelli in uso alla tradizione ebraica. Il Libro dell’Esodo ha un valore particolare per entrambe le religioni: per gli ebrei fa parte della Torah, la Legge; per i cristiani del Pentateuco, cioè dei 5 libri più importanti. E Benigni lavora, scava attorno alle sfumature delle traduzioni per cogliere la diversità e la novità di questo Dio che dal cielo si abbassa per parlare con gli uomini, per sceglierli, per essere amato da loro. È profonda la riflessione sui primi due comandamenti. Trova un senso il divieto di realizzare immagini di Dio e di adorarle: non perché Dio non voglia essere raffigurato, come la furia iconoclasta aveva propagandato nel sangue, ma perché altri idoli non si sostituiscano al Dio dal nome impronunciabile, che arde senza consumarsi nel roveto, al cospetto di un esterrefatto Mosè. Forse qualcuno non ha percepito la frustata del premio Oscar a chi sostituisce Dio anche con se stesso. Nella civiltà di Internet che esalta più che mai l’apparire, è un rischio più che concreto. Una riflessione indigesta per tutti i salottieri televisivi.

Nella seconda parte, Benigni viene più ai giorni nostri con i comandamenti che chiama «orizzontali» perché regolano i rapporti fra gli uomini. Da onora il padre e la madre a non uccidere, ricordando per quest’ultimo che usciamo dal secolo più omicida di sempre e per il quale è stato addirittura necessario inventare un nuovo crimine: i delitti contro l’umanità.

Il momento più brillante quando spiega la differenza fra la versione della Chiesa («non commettere atti impuri») e il testo biblico che vieta invece l’adulterio: le battute arrivano facili sulla castità e sugli «atti impuri» da dolescenti. La conclusione: la Chiesa ha rovinato generazioni con l’identità fra sesso e  peccato. Facile anche l’ironia sul non rubare: «Dio l’ha scritto proprio per gli italiani: è il meno seguito in assoluto».

Nonostante gli stimoli offerti dall’attualità, la seconda parte è risultata meno avvincente della prima. Più una dotta spiegazione del testo, che l’inventiva di un premio Oscar. Paradossalmente, però, è forse quello che molta gente voleva sentirsi dire in tempi sbandati come questi, in cui le certezze sfuggono e non si capisce più dove stanno di casa il bene e il male, la giustizia e l’oppressione. Forse è stata proprio questa intuizione ad aver avvicinato 10 milioni di italiani allo schermo lunedì sera, oggi sapremo quanti sono stati ieri.

Lo scandalo del programma è stato tornare a parlare di Dio e dei grandi valori, lo choc - almeno per alcuni - è che l’abbia fatto Benigni. Meglio di molti addetti ai lavori.

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