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Raccontano che quando Angela Merkel bacchettava Giulio Tremonti per il super-debito italiano, l’allora ministro dell’economia rispondesse più o meno così: «Io ho due tasche, in una ci sono i duemila miliardi di euro di debito pubblico, nell’altra ci sono gli ottomila miliardi di euro che rappresentano la ricchezza degli italiani». Sottinteso: io sono solvibile, le fideiussioni dei miei connazionali bastano e avanzano per colmare la voragine della finanza pubblica.

Tremonti trascurava un piccolo particolare: non era detto che gli ottomila miliardi posseduti dai privati dovessero restare tali in eterni, mentre appariva più che probabile la crescita estrogenata del debito pubblico. Infatti. La prova è arrivata a stretto giro di posta.
 

La stangata di Mario Monti sulle case, tesa a ricavare 24 miliardi, ha comportato un deprezzamento dei valori immobiliari per circa duemila miliardi di euro. Deprezzamento che, dopo le ultime batoste, tende ad aggravarsi ancora di più.

Ma il governo non sembra particolarmente preoccupato, tanto che - se non fosse stato per le ultime proteste - i Comuni avrebbero potuto innalzare la Tasi, sin dal 2015, dal 2,5 per mille al 6 per mille. Renzi è corso ai ripari e ha fatto presentare un emendamento che congela il rialzo-bomba della tariffa. Ma non è escluso che, tra 12 mesi, sulla scia del pressing a opera dei Comuni vogliosi di tassare, il governo tolga il tetto alle aliquote della Tasi, anche perché la trovata della prossima Local Tax (escamotage lessicale per aumentare il prelievo con la scusa della tassa unica negli enti locali) ha l’aria del classico specchietto per le allodole: si cambia nome per confondere le acque, col risultato che l’imposizione territoriale continuerà a salire.

Peraltro. Lo stesso stop di un anno al maxi-balzo della Tasi dal 2,5 per mille al 6 per mille è stato presentato e rappresentato come un sostanzioso regalo di Natale, quasi che i continui incrementi della tassazione locale, specie a partire dal 2011, non abbiano prodotto tagli dolorosi ai conti correnti delle famiglie. La sensazione è che presto si abbatterà una nuova tempesta tassaiola sulle case dei cittadini, rendendo pressoché vana ogni speranza di ripresa produttiva.

Matteo Salvini, che sa annusare l’aria come pochi ha lanciato un’idea provocatoria: la Flat Tax al 15 per cento, per tutti. Silvio Berlusconi ha elogiato l’alleato leghista, ma ha manifestato più di una perplessità sulla fattibilità del progetto. Oddio. Magari fosse possibile portare l’Irpef al 15 per cento, come vorrebbe la Flat Tax, la tassa piatta. Forse tornerebbe la voglia di lavorare di più. Ma, per onestà, va sottolineata la quasi impossibilità per lo Stivale di adeguarsi al metodo fiscale in vigore in 38 nazioni, fra cui la Cina e la Russia. Lo choc per la produzione risulterebbe portentoso. Ma altrettanto sconvolgente sarebbe il tracollo dei conti pubblici italici, anche se i fautori della Flat Tax ritengono che la ripresa produttiva assicurerebbe un incremento delle entrate, non un calo.

Assai più realistico potrebbe risultare un programma di tagli alla spesa pubblica, anche perché, senza i tagli alla spesa, la riduzione delle imposte potrebbe causare un’ulteriore decrescita della cassa comune nazionale. Ciò detto, nonostante gli effetti perversi prodotti dal caro-tasse, il partito dell’oppressione fiscale appare tutt’altro che appagato. Infatti non va mai in vacanza, come testimonia quella mini-tassazione (occulta) che spunta nelle situazioni più imprevedibili.

L’umore dell’opinione pubblica non è mai stato così ostile alla classe politica. È sufficiente prestare ascolto ai discorsi che si sentono nelle interminabili code di questi giorni davanti agli sportelli di riscossione tributaria. Non si salva nessuno, nella classe politica. Persino Beppe Grillo ha perso quella spinta propulsiva che solo pochi mesi addietro autorizzava alcuni analisti a ipotizzare un replay della marcia su Roma: stavolta da Genova, anziché da Milano come nel 1922. La sfiducia da parte dei contribuenti sembra incontenibile, tanto che sa di miracoloso la mancata apparizione di un demagogo capace di girare a proprio favore il generale sentimento di insoddisfazione.

Renzi ripete di aver invertito la rotta e ricorda i benefìci degli 80 euro mensili agli italiani meno fortunati. Peccato però che quasi tutti gli interventi decisi dal governo siano fondati solo sulla speranza della revisione della spesa: di fatto oggi questi interventi costituiscono la prenotazione di nuovi debiti, che dovranno essere onorati attraverso l’introduzione di altre tasse. Insomma, un circolo vizioso da provocare più vertigini di un labirinto.

Anche il premier tende a trascurare il peso del fisco sui margini di libertà dei cittadini. Più salgono le tasse, più si restringono la libertà e l’autonomia del singolo, per non dire del contraccolpo collaterale generato dal mix fra depressione economica generale e depressione psicologica individuale.

Direbbe Cicerone (106-43 avanti Cristo): «Fino a quando durerà la nostra pazienza?». È la domanda più scandita fra gli italiani alla vigilia del nuovo anno. Già, fino a quando?

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