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Una soluzione «economica» per la questione Quirinale
di GIUSEPPE DE TOMASO
 

Gli italiani si preparano al Natale e al nuovo anno con l’incubo di nuove tasse. La classe politica è concentrata sull’appuntamento clou del 2015: la scelta del successore di Giorgio Napolitano, che la sera di San Silvestro confermerà l’intenzione di lasciare in temi brevi la Presidenza della Repubblica.

Il Quirinale è da sempre il chiaro palazzo del desiderio dell’establishment nazionale. Insediarsi nella dimora già dei pontefici e sovrani significa ipotecare, per sette anni, la guida della politica italiana. Il Capo dello Stato italiano non ha i poteri dei suoi colleghi di Washington e Parigi, ma non è nemmeno un notaio che si limita a prendere atto delle decisioni di governo e opposizioni. L’inquilino del Colle può sciogliere le Camere, è il capo delle forze armate, nomina i ministri, presiede il Csm, ma - soprattutto - può trasformarsi in monarca governante nei periodi di profonda incertezza politica, il che capita di frequente nelle magioni del potere. Formalmente l’Italia non è una Repubblica presidenziale, di fatto lo è. Per intenderci. Un premier che non godesse dell’appoggio o, perlomeno, della non belligeranza del Capo dello Stato, durerebbe a Palazzo Chigi quanto un flirt di Cristiano Ronaldo.

I problemi recenti di Matteo Renzi, specie all’interno del suo partito, nascono dal fatto che lui non intende «concertare» con nessuno la soluzione e il nome per il Colle più blasonato dell’Urbe.
 

Èopinione acclarata che il presidente del Consiglio non voglia designare per la principale magistratura della Repubblica una personalità provvista di carattere e carisma, sia perché la figura prescelta potrebbe oscurarlo sul piano mediatico sia perché, innanzitutto, potrebbe procurargli noie e ostacoli sul piano governativo.

Ma la partita del Quirinale è più difficile e imprevedibile di una finale di Champions League. Più volte in passato, Amintore Fanfani (1908-1999), il dc che più ambiva alla conquista del trofeo, era dato, alla vigilia, come il predestinato al successo finale. Puntualmente lo scalpitante pony aretino, una sorta di Ante-Renzi o di Matteo versione Prima Repubblica, doveva arrendersi alla sconfitta: sia quando concorreva in proprio per il traguardo presidenziale sia quando concorreva per un competitore «amico». Chissà perché in tutti i tornei quirinalizi, Fanfani non vedeva e non toccava mai palla.

Renzi somiglia a Fanfani (per temperamento, si capisce), ma non è lui, anche perché in teoria dispone di un potere sconosciuto al suo lontano predecessore. Un potere, però, mai sufficiente per archiviare la «pratica» del Colle con la stessa velocità della presa di Palazzo Chigi. Le insidie, le trappole, i doppi e tripli giochi nella gara per il Quirinale sono più numerose delle stelle in cielo. Neppure un Napoleone (1769-1821) o un Winston Churchill (1874-1965) riuscirebbero a venirne fuori.

Dunque. Renzi vuole scegliere da solo l’erede di Napolitano. Gli altri vogliono impedire che questo progetto vada in porto. E siccome lo stadio politico nazionale si divide tra renziani e antirenziani, si preannunciano per il 2015 giornate ad alta tensione, il cui prologo potrebbe andare in onda già oggi nell’assemblea del Partito democratico. A meno che non si riesca a trovare un compromesso in grado di rappresentare la quadratura del cerchio.

La giostra dei papabili, cioè dei presidenziabili, circolata finora è più lunga della transiberiana. Ma, chi per un verso chi per un altro, nessun nome, fra quelli citati, riuscirebbe a mettere d’accordo renziani e anti-renziani. Giuliano Amato? Troppo datato, già bruciato da Silvio Berlusconi, e non gradito da Renzi. Romano Prodi? Temuto da Renzi che gli avrebbe prospettato l’incarico di segretario generale dell’Onu tra due anni. Stefano Rodotà? Scartato in partenza dal premier. Roberta Pinotti? Piace a Palazzo Chigi, ma non in altre sedi. Mario Draghi? Lo vorrebbe la Merkel, non Renzi. Gli out-sider? Manco a parlarne. Il gioco al massacro sta colpendo anche loro, a iniziare da Walter Veltroni.

Escludendo escludendo, non rimane - come già ipotizzato su queste colonne un paio di mesi addietro - che il ministro dell’economia: Pier Carlo Padoan. Padoan non è un renziano, ma non è nemmeno un anti-renziano. Da ministro non ha mai contestato il premier, ma non può certo essere definito un maggiordomo. Nel suo curriculum non ci sono tappe nelle prime quattro o cinque caselle istituzionali del Paese, ma all’estero Padoan ha ricoperto ruoli apicali all’Ocse e al Fondo Monetario. Eppoi la scrivania da cui si guida l’economia vale quanto lo scettro di Palazzo Chigi. Inoltre, fatto non secondario, Padoan è l’unico in grado di parlare ora con Renzi ora con Massimo D’Alema, senza suscitare sospetti o gelosie in nessuno dei due antagonisti.

Per un paio di volte un economista - fu il caso di Luigi Einaudi (1874-1961) e Carlo Azeglio Ciampi - è salito al vertice dello Stato. Potrebbe verificarsi pure per la terza volta, sia per le ragioni di compatibilità politiche sopra indicate sia per le necessità di natura economica, che richiedono un Presidente in grado di saper leggere tutti i conti dello Stivale.


 

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