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Un bambino orrendamente giustiziato. Una donna minuta che grida al marito «Non mi abbandonare». Un padre smarrito, che non sa più quale dolore sia più forte. C’è qualcosa di atroce nei delitti di famiglia che va oltre il sangue versato: è quella crudeltà che viene allo scoperto, tritata dai media, inquadrata dalle telecamere e non per questo meno intensa, meno indigesta. È qualcosa che ci scava dentro, al di là delle notizie e delle telecamere, perché mina il territorio familiare e lo sventra, come in un’esplosione.

La madre di Loris, il «nostro» nuovo mostro da scandagliare, continua a negare di aver commesso il terribile delitto di cui la incolpano: non crolla, risponde, si difende, si preoccupa dell’altro figlio lasciato a casa, vorrebbe tornare. Si direbbe che è una madre in servizio permanente, ma forse è una donna che ha perduto il senno (sì, ma poi? Non confessa?) o una vittima di un’infanzia difficile. In queste ore, in cui si analizzano punto per punto persino i post su Facebook della gente del suo paese e dei suoi parenti, sembra che il Male sia sulla bocca di tutti, che il mondo «normale» abbia voglia di creare una seconda, terza, quarta vittima dopo la prima e cioè dopo il piccolo innocente Loris.

E poi, un diciottenne vicino di casa; poi ancora il cacciatore, altra figura da fiaba noir, che per qualche ora è stato «crocifisso» come un killer e poi è tornato a Cappuccetto rosso , alla figura del «salvatore», del volontario che ha trovato il bambino, pur senza poterlo salvare. Il gesto di Veronica Panarello, se le cose stanno così, è frutto di chissà quale follia: nessun movente sembra evidente per ora e in molti hanno fatto il parallelo con le tante tragedie precedenti, con le madri assassine delle quali per un po’ abbiamo parlato tanto, dimenticando poi la loro odissea. Infanticidi, delitti, barbarie: cosa accade dopo? Come si ricuciono i rapporti tra una madre killer e un figlio, un marito, un suocero, un mondo intero che ha guardato nell’infelicità abissale della sua famiglia e vi si è segretamente rispecchiato? Sì, perché non serve risvegliare quel genio di Tolstoj per ripetere all’infinito l’incipit di Anna Karenina, uno dei più famosi della letteratura mondiale: «Le famiglie felici si rassomigliano tutte. Ogni famiglia infelice, invece, lo è a modo suo».

L’infelicità universale si nutre di questa cronaca: per fortuna non tutte le famiglie infelici si trasformano in macellerie di corpi, in mattatoi impossibili nei quali sopravvivono solo la follia e l’e goismo. Non tutte le madri depresse, grazie a Dio, armano la propria follia. Anzi, la mano che fa dondolare la culla continua ad essere la mano che regge il mondo. È a questa mano che dobbiamo guardare, sono queste mamme che devono darci la forza di andare avanti, di valutare i fatti di cronaca come episodi e non fenomeni di una generazione che in effetti è a corto di risorse. In realtà la risorsa della famiglia - in crisi come quasi tutto quello che ci circonda - è lontana da quei «mostri» che per qualche settimana dominano la ribalta. Anche se lo sguardo sperduto del marito di Veronica è quello di tutti noi, travolti dai media, dal web, dalle immagini, dal Male che non sappiamo più a quale Bene si opponga.

Il «mostro» diventa di casa: le tragedie si ripetono ormai ogni giorno. Il padre separato che ammazza moglie e figli; il marito tradito che si vendica nell’orrore. Madri e padri, Medee e Barbari, non possono riempire il vuoto del nostro quotidiano. Certo, con tutto quello che vediamo e che accade, riconsiderare il Bene è più difficile che godersi lo spettacolo del «mostro» in diretta. Ma a volte andare contromano può servire a raggiungere la meta.

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