Martedì 26 Marzo 2019 | 10:55

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In un mondo come quello dello spettacolo, popolato da mille superstizioni, nessun artista confesserebbe mai in che modo vorrebbe morire, ma più o meno tutti - pur desiderando di essere eterni - sarebbero felici di finire come Pino Mango: davanti al proprio pubblico, sul palcoscenico e possibilmente nel momento clou della serata. Allo sfortunato cantante lucano, sessant’anni da poco compiuti, è andata proprio così: aveva appena cantato Oro, la sua canzone più nota, quando ha ceduto al malore che, nel giro di pochi minuti, lo avrebbe stroncato. E il tutto è accaduto a Policoro, appunto in quella Basilicata nella quale aveva mosso i suoi primi passi e dalla quale non si era mai voluto allontanare, scegliendo di risiedere con la propria famiglia nella natìa Lagonegro, per mantenere più solido il rapporto con le proprie radici.

Un dramma come tutte le morti, aggravato stavolta dall’essersi svolto «in diretta», davanti al pubblico attonito, nel quale non è mancato chi ha accidentalmente ripreso gli ultimi minuti di vita dell’artista e poi non ha resistito alla tentazione perversa di «postare» su Youtube il video, successivamente rilanciato da più siti e fra comprensibili polemiche di colleghi, amici e semplici fan. Nell’era del «selfie», del mostrarsi a tutti i costi e in ogni dove, come se l’apparire su Internet fosse più importante dell’esistere nel mondo reale, evidentemente persino il clip di un decesso può sembrare un’occasione imperdibile, tale da andare a stuzzicare il voyeurismo bieco che spesso si cela nell’animo dei più incalliti cibernauti e sul quale talvolta, si deve avere l’onestà di ammetterlo, noi giornalisti siamo i primi a far leva.

E a Mango, diciamolo subito, non avrebbe fatto molto piacere: lui che intendeva la propria condizione di artista come l’unica necessaria per esprimere la poesia, la ricchezza dell’animo, ma che aveva scelto di vivere lontano dai clamori mediatici, dalle «ospitate» televisive tanto care ad altri suoi colleghi e dall’ossessione di essere a tutti i costi presente ogni anno sul mercato con un nuovo disco. A Policoro, in quella che sarebbe diventata la sua ultima serata, stava tenendo un concerto di beneficenza a favore dei bambini della Guinea, per consentire loro di avere una scuola perché, Mango lo sapeva benissimo, Cristo non si è fermato solo a Eboli e nascere e crescere al Sud aiuta a capire cosa siano le difficoltà vere e, soprattutto, quanto sia importante dare una mano a chi deve affrontarne di più grandi delle nostre.

Più musica che fotografie sui rotocalchi, allora, più sostanza che forma, per un percorso artistico nel quale Mango aveva saputo ritagliarsi uno spazio che facesse salve le sue radici di uomo del Sud, di artista incline a esaltare nelle proprie canzoni l’anima del Mediterraneo (ricordiamo, fra i tanti, i titoli di album quali Odissea, Sirtaki, Ti porto in Africa), con le sue predilezioni per i tempi dispari e composti, i suoi falsetti che gli consentivano di allargare ulteriormente un’estensione vocale già di per sè fuori dal comune e solare nel proprio lirismo e le collaborazioni mai eccessivamente sbandierate con grandi autori quali Pasquale Panella e Mogol.

Per festeggiare i sessant’anni, compiuti appena un mese fa, il 6 novembre, aveva deciso di farsi un regalo musicale: incidere un album con tutte le canzoni che in qualche modo avevano accompagnato la sua esistenza, di «cover» come si dice nell’ambiente musicale, dai Beatles agli U2, da Battisti a De Andrè, reinterpretandole ovviamente con la propria sensibilità fuori dal comune. Si chiamava «L’amore è invisibile» e, in un’intervista pubblicata su queste pagine, aveva spiegato la scelta del titolo in modo molto suggestivo: «L’amore è invisibile, è innanzitutto un percorso di ricerca che ci segue per tutta la nostra esistenza. Un cammino continuo che non deve avere una fine, ma che rappresenta un’appartenenza...». Quel cammino che l’altra notte non si è interrotto a Policoro. Perché il cuore di Mango continua a battere col ritmo della sua musica.

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