Martedì 26 Marzo 2019 | 23:50

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La lezione di Lama in un Paese senza bussola

di Giuseppe De Tomaso
La lezione di Lama in un Paese senza bussola

di GIUSEPPE DE TOMASO
«Un sistema economico non sopporta variabili indipendenti. I capitalisti sostengono che il profitto è una variabile indipendente. I lavoratori e il loro sindacato hanno sostenuto in questi anni che il salario è una variabile indipendente. In parole semplici: si stabilivano un certo livello salariale e un certo livello dell’occupazione e poi si chiedeva che le altre grandezze fossero fissate in modo da rendere possibile quei livelli di salario e d’occupazione. Ebbene, dobbiamo essere onesti: è stata una sciocchezza, perché in un’economia aperta le variabili sono tutte dipendenti una dall’altra».

Non sono parole del liberista Milton Friedman (1912-2006), portabandiera della scuola di Chicago. Sono parole di Luciano Lama (1921-1996), segretario generale della Cgil, pronunciate nell’intervista a Eugenio Scalfari il 24 gennaio 1978.

È un’intervista bomba. Il leader della Cgil sposa in pieno la via del riformismo, collocando il suo sindacato nella cornice culturale del mercato, e allontanandolo così dal mito della pianificazione. Per la prima volta il numero uno dei sindacalisti si schiera più in difesa dei disoccupati che degli occupati: «Se vogliamo essere coerenti con l’obiettivo di far diminuire la disoccupazione, è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli operai deve passare in seconda linea».
 

Che significa in concreto? Domanda Scalfari. «Che la politica salariale nei prossimi anni dovrà essere molto contenuta, i miglioramenti che si potranno chiedere dovranno essere scaglionati nell’arco dei tre anni di durata dei contratti collettivi. L’intero meccanismo della Cassa integrazione dovrà essere rivisto da cima a fondo. Noi non possiamo più obbligare le aziende a trattenere alle loro dipendenze un numero di lavoratori che esorbita le loro possibilità produttive, né possiamo continuare a pretendere che la Cassa integrazione assista in via permanente i lavoratori eccedenti. La Cassa integrazione assista i lavoratori per un anno e non oltre, salvo casi eccezionalissimi. Insomma: mobilità effettiva della manodopera e fine del lavoro assistito in permanenza. È una svolta di fondo. dal 1969 in poi il sindacato ha puntato le sue carte sulla rigidità della forza lavoro...».

Dopo aver risposto all’intervistatore osservando che «la disoccupazione tende ad aumentare se il livello salariale è troppo elevato rispetto alla produttività», Lama definisce «suicida» la «politica di imporre alle aziende quote di manodopera eccedenti». «Quando sia accertato il loro stato di crisi, le aziende hanno il diritto di licenziare», aggiunge. E ancora: «Non vogliamo trasformare il lavoro produttivo in assistenza. E poi capita spesso che i lavoratori in Cassa integrazione trovino un altro lavoro, un lavoro nero, e contemporaneamente beneficino del salario corrisposto dalla Cassa. Questi fenomeni, specie al Nord, sono abbastanza diffusi. E debbono assolutamente cessare. Naturalmente non abbandoniamo i licenziati al loro destino. La nostra proposta è che i licenziati siano iscritti in speciali liste di collocamento ed abbiano priorità assoluta per il reimpiego». Infine, per completare la «svolta», Lama si dice contrario alla riduzione dell’orario di lavoro, a meno che anche gli altri Paesi facciano altrettanto.

Chissà cosa direbbe, oggi, Lama di fronte a un conflitto sociale sempre più aspro. Forse direbbe che è lo Stato succhiasoldi, non l’impresa, il vero antagonista dei lavoratori. Chissà cosa direbbe lui ai numerosi nostalgici dell’inflazione, storicamente definita dalla sinistra come la tassa più reazionaria perché colpisce i redditi da lavoro e salvaguarda le rendite patrimoniali. Inflazione più decrescita economica formano una miscela esplosiva, come quella che portò, anni fa, al tracollo dell’Argentina. La deflazione, se non sfocia nella depressione, costituisce, almeno, il male minore, visto che mantiene intatto, o migliora, il potere d’acquisto delle famiglie.

Ma la lezione di Lama oltre ad archiviare il conflitto di classe come una fase storica non più riproponibile, si spingeva (e si spinge ancora) al di là delle tradizionali colonne d’Ercole della sinistra: prima della distribuzione della ricchezza bisogna occuparsi o preoccuparsi della predistribuzione, ossia dell’accumulazione. Di qui i timori del sindacalista sulla deleteria incomunicabilità tra livelli salariali e livelli di produttività.

Un’intervista epocale anche perché rilasciata nel pieno dell’offensiva terroristica (due mesi dopo verrà rapito Aldo Moro), con le fabbriche nel mirino del partito armato, con il sindacato sotto lo schiaffo dei gruppi più estremisti. Un’intervista epocale soprattutto perché costituisce un manifesto di responsabilità e autodisciplina in un periodo in cui sono in molti ad aver perso l’equilibrio e la ragione.

Oggi più di ieri farebbe comodo un Lama. A parole le ideologie sono finite. Nei fatti ci si batte come se le ideologie non fossero mai vive e vegete come adesso. Ecco. Ci sarà un motivo se in America il Prodotto interno lordo cresce quasi del 4% mentre in Italia arretra da parecchi anni. La verità è che l’estremismo politico, la conflittualità permanente non giovano a nessuno, o solo a coloro che sognano la decrescita. Nel frattempo è tornata in auge l’idea che, per tornare a crescere, sia sufficiente stampare banconote o fare altri debiti. Il buon Lama si rassegni: la sua «svolta» non è stata capita. Diciamo così.

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