Martedì 26 Marzo 2019 | 00:48

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Sabato scorso la cattura del capoclan Rocco Moretti e del suo «alter ego» Vincenzo Pellegrino. Ieri la fine della latitanza di Pasquale Moretti, figlio del boss, preso dalla squadra mobile a San Marco in Lamis, sul Gargano. Due «colpi» micidiali per l’organizzazione criminale «Società», la mafia foggiana, tanto che il questore Silvis ha ricevuto le congratulazioni del prefetto Alessandro Pansa, capo della Polizia. Negli stessi giorni, però, come un metronomo che annuncia violenza e terrore, ogni 14 ore a Foggia si registrava una deflagrazione: la prima, in pieno giorno, e per di più in una zona centrale, ai danni di un negozio di tessuti; la seconda, nei pressi dell’associazione nazionale dei Carabinieri.

La terza ed ultima ai danni di un locale di proprietà di un noto imprenditore edile foggiano, in ristrutturazione per l’apertura di un ristorante, ma guarda caso a poche ore dall’arrivo a Foggia di Tano Grasso per un incontro con la neonata associazione antiracket e, soprattutto a trenta metri dai palazzi del potere politico amministrativo (Comune, Prefettura e Provincia).

La cattura dei boss e dei latitanti della «Società» da una parte e la ripresa della strategia della tensione da parte del racket delle estorsioni. Due «letture» che potrebbero incrociarsi? Potrebbero certo. Così come potrebbe essere solo una coincidenza ma che ha gettato nel panico una città intera, da anni alle prese con un fenomeno endemico come quello delle estorsioni e con una criminalità «agguerita» e che per anni è stata ritenuta una fotocopia delle più temibili organizzazioni mafiose, dalla camorra alla Scu leccese.

Le istituzioni locali, a parte qualche sbavatura, sollecitano una presa di posizione definitiva da parte del Governo nazionale e del ministero degli Interni che «tratteggia» Foggia e la Capitanata come una delle aree più a rischio del Paese, al pari della provincia di Caserta, ma che non risponde con i fatti, e cioè il potenziamento degli organici e dei mezzi in dotazione alle forze dell’ordine. Anzi, negli anni proprio il capoluogo è stato come dire spogliato di presidi di legalità, a cominciare dalla Scuola di polizia, ed altri ne sono annunciati, come la chiusura della Polizia postale per rispettare la «spending review». Per non parlare della chiusura del Tribunale di Lucera (si occupava di Gargano) mentre l’Antimafia suggerisce l’istituzione a Foggia della Dda. Ma è utile la «spending review» in tempi di guerra ed in una città che si ritrova in trincea suo malgrado sul piano generale e con qualche complicità sul piano morale?

Già, solo dopo ventidue anni dalla morte di Giovanni Panunzio, l’imprenditore che si ribellò al racket delle estorsioni, a Foggia è nata l’associazione antiracket presieduta da una imprenditrice che alla prima richiesta di «pizzo» ha denunciato tutto. Il fronte della legalità non è improvvisato: da anni operano e con successo la Fondazione antiusura «Buon Samaritano» e l’associazione Libera, una delle più seguite da parte di don Ciotti. Recentemente la Camera di commercio di Foggia ha deliberato di costituirsi parte civile in tutti i processi contro la mala che coinvolgono gli imprenditori. Forse persino Papa Bergoglio, quando ha deciso di nominare il nuovo arcivescovo, deve aver pensato ad un presule da trincea, inviando a Foggia (si insedierà il 13 dicembre) l’ex ordinario militare d’Italia, monsignor Vincenzo Pelvi, che oltre ad essere arcivescovo metropolita è anche un generale dell’Esercito in pensione.

Lo Stato, a livello territoriale, fa quel che può. Mancano le risposte «romane». A luglio, dopo l’assalto paramilitare al caveau della Np con mezza città bloccata da camion e auto in fiamme, l’arrivo della commissione Antimafia. «Qui succedono cose gravissime ma non hanno una risonanza nazionale», disse la presidente Rosy Bindi. Ecco, per avere risposte ci deve scappare la morte di un altro eroe borghese.
 

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