Domenica 24 Marzo 2019 | 06:28

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Da Marco Pannella fino a Matteo Renzi, ogni stagione politica ha la sua star televisiva di riferimento. Una giostra senza fine che appieda un leader dopo un altro, perché il giro mediatico funziona solo se può imbarcare nuovi «eroi». Oggi è il turno di Matteo Salvini, condottiero leghista che, oltre a contendere a Maurizio Landini, capitano della Fiom, il primato di presenze nei salotti televisivi, condivide con il sindacalista un look basato su economici maglioni di felpa firmati con il logo della «casa madre».

Non si capisce se sia la tv a spronare Salvini o sia Salvini a spronare la tv, spingendo l’audience di alcune trasmissioni. Sta di fatto che i due, il teleschermo intriso di dibattiti politici e l’erede di Umberto Bossi, non possono fare a meno - così pare - l’uno dell’altro. Il video, a corto di spettatori per la tracimante concorrenza del web, è a caccia spasmodica di personaggi in grado di sollevare gli indici di ascolto. Il capo leghista, a corto di sparate da bar come quelle dell’inarrivabile Senatùr, è più famelico di un lupo nel procurarsi ospitate televisive in grado di diffondere il nuovo vangelo padano.

Il secondo Matteo (ossia Salvini) sa di bucare il video come il primo Matteo (ossia Renzi) e ne approfitta alla grande. Di fatto la sua giornata scorre tra uno studio televisivo e un altro, tanto Pontida, le valli bergamasche, il Po e tutte le altre località vacanziero-identitarie di Umberto B. non le rimpiange o non se le fila più nessuno.

Il matrimonio tra l’elettrodomestico più politico in circolazione e il leader più corteggiato dai tele-anfitrioni potrebbe durare fino all’ultima dose di soddisfazione da parte dell’Auditel, e nessuno avrebbe nulla da ridire: le leggi della politica spettacolo sono queste, punto. Ma queste nozze di convenienza tra teleconduttori e telepolitici meritano una riflessione.

È vero, anche in passato proliferavano personaggi più bravi davanti alle telecamere che di fronte a un testo di legge da abbozzare. Ma il tasso di partecipazione giornaliera e il contributo orario al palinsesto di ogni canale televisivo non erano lontanamente paragonabili ai livelli raggiunti in questi anni. Con una notazione tutt’altro che trascurabile: un tempo non si verificavano resse o risse per contendersi l’ospite più tele-efficace, quello più adatto a spingere verso l’alto lo share famigerato. Non si scatenava nessun tiro alla fune per «assumere» in studio la star del Palazzo. Per due ragioni: l’informazione politica era prevalentemente relegata alle tribune ad hoc , i pochi spazi adibiti alla politica non si ingolfavano o si sovrapponevano nella stessa fascia oraria. Di qui anche l’opportunità, per i pochi leader baciati dalla fortuna di funzionare in tv, di frequentare anche le aule parlamentari, leggere qualche libro e, all’occorrenza, rifugiarsi in famiglia.

Oggi la situazione è quasi rovesciata. Non solo la dittatura dello share contribuisce a inflazionare le presenze dei tele-capaci e dei tele-genici, ma esaspera la concorrenza per accaparrarsi i tele-migliori fino al punto che non è dato sapere, ad esempio, se sia uno come Floris a giovare a Salvini o sia uno come Salvini a giovare a Floris. Probabilmente entrambe le cose. Fatto è che, di partecipazione in partecipazione, di telescontro in telescontro - per esigenze d’ascolto, cioè di cassa pubblicitaria - Salvini ha costruito il suo personaggio, ha resuscitato un partito più esausto di un moribondo e ora punta addirittura a conquistare i galloni di generale dell’intero centrodestra. Tanto che - assicurano le gole profonde dello stato maggiore berlusconiano - il Caimano avrebbe dato l’input ai suoi dirigenti editoriali di oscurare il «fenomeno Salvini» che, malgrado un abbigliamento poco silviesco, potrebbe rappresentare una tentazione irresistibile anche presso l’elettorato moderato berlusconiano.

Insomma. Per le fortune di un leader o di un aspirante tale contano più le rivalità tra i titolari delle trasmissioni catodiche, che lo inviteranno in studio, che una proposta di legge degna di questo nome, o un discorso responsabile in aula, o una riflessione non demagogica in un consesso istituzionale.

Diceva Ennio Flaiano (1910-1972), spirito caustico e preveggente: «Gli italiani saranno come li forgerà la televisione». L’impareggiabile umorista si riferiva all’italiano disimpegnato, non all’italiano impegnato (in politica). Non poteva mai immaginare che le leadership del Duemila sarebbero scaturite - indirettamente, no anche direttamente - dai palinsesti e dai contropalinsesti delle reti tv, o dalla lotta continua per l’ingaggio della vedette del momento, o dal dosaggio dei vari ospiti di una videomaratona.

A meno che, nel futuro prossimo venturo, frastornati dall’ overdose di talk-show, disorientati dalla babele dei linguaggi, paralizzati dalle decine di trasmissioni politiche frequentate dai soliti noti, gli italiani non decidano effettuare lo sciopero del telecomando contro tutti i programmi monopolizzati da questo carro di Tespi politico-mediatico. In tal caso, la bolla Salvini (con i casi affini) si sgonfierebbe come una gomma bucata.

detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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