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di Giuseppe De Tomaso
Berlusconi e l’autogol sul campo della «cultura»
di Giuseppe De Tomaso

Se Silvio Berlusconi non è più, da qualche anno, il protagonista assoluto della politica italiana; se ha dovuto inchinarsi al primadonnismo di Matteo Renzi; se l’ex Cavaliere non è più il padrone assoluto del centrodestra; se il suo partito è lontano di parecchio dalle percentuali del passato; ecco, se sul Regno di Arcore il sole ha iniziato a tramontare, la causa principale non va ricercata nel bilancio poco esaltante della stagione governativa del Nostro, e neanche nel di lui disinvolto stile di vita, e neppure nella sua ridotta podesteria finanziaria, e nemmeno nelle sue numerose vicende giudiziarie. Se Berlusconi non è più il Mattatore del proscenio politico, la ragione va ricercata soprattutto nello scarso peso da lui attribuito, in 20 anni di attività pubblica, al ruolo che può svolgere la «cultura» per il successo (o l’insuccesso) di una forza di governo.

Il che, a un extraterrestre privo di informazioni dall’Italia, deve sembrare quanto meno singolare. Ma come, proprio colui che possiede una caterva di mezzi di comunicazione, ha sottovalutato un fattore alto quanto una montagna, ossia il fattore Cultura? Proprio lui ha trascurato l’imperativo categorico del Moderno Principe descritto da Antonio Gramsci (1891-1937), vale a dire assicurarsi innanzitutto l’egemonia culturale nella società, premessa ineludibile per conquistare successivamente l’egemonia politica nello Stato?

Berlusconi ci provò all’inizio, nel 1994. Nel suo originario «cerchio magico» spiccavano alcuni big della cultura liberale italiana. Ma l’infatuazione berlusconiana per i cosiddetti Professori durò meno della disponibilità testè dimostrata da Antonio Conte nei riguardi di Mario Balotelli. Silvione diede l’impressione di rivolgere sui Professori la stessa domanda che Josif Stalin (1878-1953) riservava al Vaticano: «Quante divisioni militari ha il Papa?». Berlusconi: «Quanti voti portano i Professori?».

Messa così, la domanda non faceva una piega. Gli intellettuali non sono una fabbrica di voti. Ma anche i politici, senza un solido e affollato parterre culturale alle spalle, non sono una fucina di consensi. Ciclisticamente argomentando, essi possono vincere una o due tappe, ma non il Giro d’Italia. Perché? Perché è il clima, è l’egemonia culturale a creare le premesse per l’affermazione successiva di una proposta politica.

Il Cavaliere ha così sottovalutato questo «particolare» - ritenendo di poter incarnare e rappresentare da solo sia l’offerta politica sia l’offerta culturale - da consegnare la guida dell’economia, cioè del ministero chiave di ogni governo, a un intellettuale (Giulio Tremonti) che liberale non era. Risultato: la «sua» rivoluzione liberale non ha mai oltrepassato lo stadio dello slogan preelettorale, col risultato di non essere più credibile a ogni nuovo appuntamento con gli elettori.

Si dirà. Essendo (stato) un capitano d’azienda, ispirato cioè da un criterio di governo monocratico, Berlusconi non poteva sabotare il suo istinto, né poteva abbracciare una cultura che non considerava sua fino in fondo. Anche, perché, essendo provvisto di un’autostima oceanica, il Cavaliere era persuaso di non dover ricorrere al contributo di nessun maestro di pensiero. Così come Luigi XIV (1638-1715) riteneva di essere lui lo Stato, il sire di Arcore riteneva di essere lui la Cultura (anticomunista, si capisce).

Di qui, ad esempio, la singolarità di una scelta (Tremonti all’economia) che ha prodotto non poche agitazioni all’interno del centrodestra. Se fosse vissuto nel pieno della rivoluzione bolscevica, Tremonti avrebbe abbracciato la militanza trotzkista. Ma essendo vissuto nell’era di Berlusconi e Umberto Bossi, il fiscalista scrittore ha cercato una combinazione tra anti-mercatismo, popolo delle partite Iva e federalismo: una miscela esplosiva lontana anni luce dalla «rivoluzione liberale» annunciata dal Principale nelle piazze televisive. Logico che l’opzione culturale iniziale del Cav dovesse scolorire fino a dissolversi: un conto è esordire politicamente nel 1994 nel segno di Ronald Reagan (1911-2004), Margaret Thatcher (1925-2013) e Charles De Gaulle (1890-1970), un conto è procedere nell’azione di governo con il vangelo colbertiano dirigistico di Tremonti. Anche l’elettore più affezionato, o più anti-comunista, prima o poi abbandona il campo: «Dov’è la svolta promessa?».

Ovviamente, non si può attribuire al tremontismo la responsabilità esclusiva di aver minato il berlusconismo, non foss’altro perché l’allora Cavaliere doveva sapere, e forse lo sapeva, che Tremonti era Tremonti, un interventista, di sicuro non un liberista (definizione, per la verità, inadatta allo stesso Berlusconi, la cui attività si svolgeva e si svolge in un regime oligopolistico di concessioni pubbliche).

Tutto ciò la dice lunga sull’importanza (poca) che l’imprenditore culturale Berlusconi ha attribuito al fattore culturale, all’omogeneità di un progetto coerente innanzitutto sul piano filosofico-programmatico oltre che politico. Logico che, sottovalutando sottovalutando, la prospettiva indicata nel 1994 ha subito un’evoluzione, o un’involuzione, d’altro tipo, tanto che Dudù fa più titoli giornalistici di un ex ministro. Fino al punto da spianare per Matteo Renzi una prateria che lo stesso Rottamatore probabilmente non si aspettava. La qual cosa non è un bene in una democrazia, che dev’essere fondata su una maggioranza e su una minoranza entrambe in buona salute.

Ora Forza Italia è a un bivio. Seguire Berlusconi nell’indifferenza verso la cornice culturale in cui sistemare i tasselli politico-programmatici. O invertire le priorità ripartendo dai princìpi liberali primordiali (anti-tassaiòli e anti-statalistici), e investendo sul Fattore C (Cultura), come già i Grandi del passato avevano insegnato. Del resto, è sufficiente fare zapping col telecomando per prendere atto del vero deficit (anche mediatico) accumulato dall’ex Cavaliere.

detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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