Domenica 24 Marzo 2019 | 06:26

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C’è chi se la prende sempre con la maledizione di Filippo Turati all’indomani della più famosa scissione a sinistra, quella di Livorno del 1921, quando i socialisti massimalisti abbandonarono il Psi per formare il filosovietico e rivoluzionario Partito Comunista d’Italia. Da lì in poi la sinistra italiana, comunque espressa, ha sempre convissuto con distinguo e laceranti divisioni che, in qualche circostanza, hanno pesantemente inciso sull’assetto politico del paese. E forse anche con la storia.

Un paio di esempi tra tutti. Cosa sarebbe successo in Italia nel 1948 se Giuseppe Saragat non avesse dato vita alla scissione di Palazzo Barberini distaccandosi, da destra, dalla fazione di Pietro Nenni che invece scelse la strada del Fronte Popolare con i comunisti, favorendo così facendo la vittoria della Dc, ma evitando forse anche la guerra civile? E negli anni ’70 quanto pesarono le paure di Berlinguer sui rischi di un colpo di stato quando comunisti, socialisti e laici giunsero nei dintorni del 50 per cento e vennero frenati sull’ipotesi di un governo alternativo alla Dc dai timori del segretario comunista? Erano ancora freschi gli accordi di Yalta di trent’anni prima, o il terrore per il golpe dei colonnelli di Atene, oppure di Pinochet in Cile? Qual era il destino “cinico e baro” che teneva le sinistre distanti dal governo nonostante la possibilità offerta dai numeri? Solo le variabili circostanze della storia, o non anche qualcosa di antropologico che è radicato dentro la cultura, nel modo di essere della sinistra?

La verità forse non la sapremo mai, ma per farsene un’idea forse basterà osservare quello che sta accadendo oggi nel Pd del post ideologico Matteo Renzi. Cominciamo con il dire che è falso che contro Renzi c’è sostanzialmente quella parte del partito che proviene dal vecchio Pci-Pds-Ds. Quell’area o si è già progressivamente allontanata dal partito o è saltata, soprattutto nei quadri dirigenti e nell’ap - parato, sul carro del vincitore. A prescindere da come va a finire la storia, un posticino da qualche parte un partito destinato a far man bassa di voti lo assicura sempre. E Renzi in questo momento ha di fronte a sé una prateria, a destra, al centro e a sinistra non ha avversari che lo possono in qualche modo infastidire. Ciò che resta, la dirigenza che sui giornali e nel dibattito viene genericamente definita come sinistra del partito in effetti non è altro che quel vertice dell’ex apparato che è stato messo al margine, o addirittura sfrattato dalle stanze dei bottoni.

Numeroso solo sui giornali, perché nei fatti è un esercito di generali senza esercito. Lo spaventoso calo di iscritti al partito sta lì a dimostrarlo. A non rinnovare più la tessera infatti sono soprattutto i vecchi militanti, quelli abituati all’organizzazione e al lavoro nelle sezioni, ormai deserte o trasformate in uffici elettorali. Gli altri erano iscritti ad intermittenza, ossia massa “cong ressuale”, vecchio metodo ereditato dalla Dc. Di fronte ad un caterpillar (Renzi) che marcia senza alcuna creanza o tentennamenti, l’incertezza regna sovrana. C’è chi pensa (Civati) ad una scissione e ad un nuovo partito alla sinistra di Renzi, chi invece, i più tattici, sono convinti che se la situazione economica del paese continuerà ad essere quella di oggi e le promesse resteranno tali, Renzi perderà inesorabilmente il suo appeal e di conseguenza subirà un tracollo nei consensi. Che sarà ovviamente direttamente proporzionale al decisionismo sinora mostrato nei confronti degli avversari. Per la verità c’è anche chi ritiene che la cosiddetta sinistra del Pd così divisa richiama alla mente i famosi capponi di Renzo (di Renzi in questa circostanza).

Ma questa impertinenza si colloca più all’analisi di qualche rigo fa. La verità è che, più delle analisi politiche, oggi forse ci sarebbe bisogno che da qualche parte si rispolveri la vecchia, cara sociologia. Quella che spieghi ciò che è già sotto gli occhi di tutti ma che si fa fatica ad accettare: come è cambiata la politica oggi dopo vent’anni di un berlusconismo che tutti hanno voluto scimmiottare, dimenticandosi però che di Berlusconi, grazie a dio, ce n’è uno solo.

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