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Assolto definitivamente a 23 anni dall’arresto, ora chiede 516mila euro per sei mesi di ingiusta detenzione.

Non è un caso record per l’Italia e non è neppure un caso infrequente. Riguarda un barese, ora 54enne, attore e autore di canzoni neomelodiche con il nome d’arte di Lino Prati che, dopo sei sentenze per ottenere il totale proscioglimento dalle accuse di tentata rapina, tentato omicidio, porto e detenzione di armi, ora attende un’ulteriore udienza davanti alla Corte d’Appello di Messina che discuterà l’istanza di riparazione per la carcerazione ingiusta.

Il cognome vero di Lino Prati, è uno «pesante» per la Bari criminale. Si chiama Capriati, Pasquale di nome, ed è imparentato con «Tonino», storico capoclan della omonima famiglia. Ma ventitré anni per giungere a una sentenza sono troppi per chiunque, a prescindere ovviamente dal nome e cognome che porta.

Pasquale Capriati fu arrestato nel novembre del 1990 con l’accusa di aver cercato di rapinare con altri  complici, sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria, in prossimità dello svincolo di Palmi, un autoarticolato. Ci fu un inseguimento lungo l’autostrada e vennero esplosi numerosi colpi di pistola. Le indagini portarono a individuare fra i colpevoli  proprio lui: finì per quattro mesi in carcere e per due agli arresti domiciliari. Da lì la «bellezza» di sei processi fino all’assoluzione finale e ora, la richiesta di risarcimento.

Quello dei processi di lungo corso è sicuramente il male più grave della giustizia italiana, ma non il solo. Sia per gli innocenti che per i  colpevoli  la sentenza definitiva non deve arrivare a distanza di decenni, quando la vita del protagonista, a volte suo malgrado, della vicenda giudiziaria è stata distrutta dalla detenzione e dall’apocalisse processuale. Anche l’eventule risarcimento per ingiusta detenzione, fra l’altro mai troppo generoso, restituisce ben poco di quello che si è perduto.

I mali della giustizia italiana. È estenuante ritornarci per l’ennesima volta. Come  è estenuante l’enumerazione delle fin troppo note ragioni: i tre gradi di giudizio che spesso si moltiplicano ulteriormente, la mancata separazione delle carriere, gli automatismi legati all’anzianità, le carenze strutturali e di organico e, tanto per non farci mancare nulla, le troppe distrazioni politiche o presenzialiste che una parte dei magistrati, pur se in minoranza, è solita concedersi con imperdonabile leggerezza.

Alla fine degli anni Ottanta la riforma del processo penale venne contrabbandata  come rivoluzionaria. Dal vecchio rito inquisitorio prima vigente si passò a quello accusatorio: si parlò di processo all’americana, con il contraddittorio fra le parti, «finalmente ad armi pari» e la conseguente velocizzazione delle sentenze. Un quarto di secolo è passato e il bilancio è catastrofico. Certo, si è un po’ riequilibrato il peso delle parti (accusa e difesa), ma lentissimi si era e lentissimi si è restati. E spesso alla fine di tutta questa lentezza si finisce con un pugno di mosche in mano. A distanza di decenni tanti tragici casi della nostra storia non hanno ancora un responsabile né sono destinati ad averlo. Perché, anche questo va detto, se un teste viene interrogato dopo venti anni da una determinata vicenda come può affermare coscientemente di dire la verità? Dopo tanto tempo i ricordi sbiadiscono e si affastellano. Diventa difficile sostenere che quello che si racconta è davvero quello che è accaduto. È umanamente inevitabile, per tutti. Le contraddizioni fra le dichiarazioni rese nell’immediatezza del fatto e quelle a distanza di anni sono frequenti. Giungere ad affermazioni al di sopra «di ogni ragionevole dubbio» diventa davvero proibitivo. È anche questa una delle ragioni per le quali tanti processi fiume finiscono con un nulla di fatto. Le versioni fornite diventano quasi naturalmente dissimili e contestarle diventa sin troppo facile.

Altro che processo all’americana. Lì solo una piccolissima parte dei casi giudiziari giunge a processo. Quasi tutti si chiudono con un patteggiamento che conviene a tutti: malviventi e danneggiati. Da noi, invece, patteggiare non è utile: la storia giudiziaria degli ultimi anni lo ha dimostrato più volte. Tirarla per le lunghe è molto più vantaggioso. Tra prescrizioni, tira e molla che le procedure consentono, e ricordi che svaniscono, la possibilità di giungere a un nulla di fatto aumenta vertiginosamente. I fascicoli si sommano ai fascicoli e per una sentenza bisogna aspettare decenni. E poveretto chi finisce nel tritacarne giudiziario.

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