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Fino a quando il Belpaese potrà sopportare una pressione fiscale che non solo non ha eguali nel pianeta, ma sembra destinata a crescere all’infinito? Il ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan, riconosce che le tasse non stanno calando, anche se andrebbero tagliate, e, indirettamente, attribuisce al rigorismo europeo la responsabilità di un prelievo molto simile a un salasso. Come sia possibile rimettere in moto u n’economia sempre più tartassata è roba da maghi più che da economisti. Eppure il presidente del Consiglio fa sfoggio di ottimismo anche se rimanda nel tempo l’appuntamento con l’ora X della ripresa produttiva. I giornali di questo periodo sono a prova d’infarto per i contribuenti. La prospettiva di una moratoria fiscale (ipotizzare un calo è da anime iper-candide) non è nemmeno immaginabile. Anzi, si preannuncia una grandinata di imposte, al cui confronto le addizionali o i ritocchi degli ultimi anni sembreranno pioggerelline primaverili.

Lo Stato centrale, a parole, vuole darsi una calmata. Ma in perfetta sintonia con il principio della traslazione d’imposta (induco un altro organismo a tosare i contribuenti al posto mio) autorizzerà, come ha già annunciato il premier, i Comuni a tassare i propri cittadini in totale autonomia, cioè senza tetti ai balzelli locali. Facile prevedere la trama del film. Sindaci e assessori si scateneranno come sanguisughe, il governo centrale farà la parte del buono attribuendo tutta la colpa agli enti periferici, in attesa di un’altra «indispensabile» riforma fiscale, dopo di che tutti pagheranno più di prima. Quando nel 2001 venne varata la famigerata riforma del Titolo Quinto della Costituzione, si giurò che la novità non avrebbe penalizzato imprese e famiglie, perché il prelievo sarebbe rimasto invariato, perché redistribuito meglio tra Stato e Regioni. Una promessa (o una premessa) che si rivelerà la più colossale bugia del secolo, più delle armi segrete di Saddam. La conflittualità tra Stato e Regioni farà sùbito volare il debito pubblico e, con il debito, anche i versamenti degli italiani al Grande Fratello Tassatore. La riforma del Titolo Quinto della Costituzione trasformò le venti Regioni in venti Stati, ognuno dei quali smanioso di fare corsa a sé. Eppure le Regioni italiane non disponevano di una propria Costituzione, a differenza degli Stati americani che diedero vita, dal basso, non dall’alto, alla Confederazione a stelle e strisce.

Sta di fatto che, in Italia, le Regioni hanno cercato di forzare la mano, anche se la Corte Costituzionale, col tempo, ha mitigato le loro pretese autonomistiche. In ogni caso l’ambaradan del Titolo Quinto ha colpito i contribuenti, nonostante lo Stato centrale abbia sempre posto un tetto alle richieste tributarie dei venti super-governi territoriali. E meno male che non è scattato il «federalismo fiscale» vero e proprio, altrimenti chissà dove ci troveremmo. Federalismo fiscale sciuè sciuèche, invece, sta per baciare le ottomila amministrazioni comunali italiane, da sempre alle prese con problemi di bilancio, ma sempre refrattarie a liberarsi di carrozzoni clientelari: dalle municipalizzate per finire ad altre partecipazioni più o meno dispendiose.

I Comuni, dunque, potranno tassare fin dove vogliono, in completa libertà. Inutile dire che un’opportunità del genere ecciterà gli animi più voraci. Si moltiplicheranno le spese più farlocche e quando qualcuno protesterà contro l’andazzo verrà zittito con l’argomento che tagliare le spese significherebbe colpire i servizi sociali e i ceti più deboli. Ma l’argomento più gettonato oggi è un altro: «I sindaci si daranno alla pazza gioia con le spese, massacrando i cittadini con la Local Tax? Bene, vuol dire che saranno puniti alle elezioni». Un argomento assai debole, per non dire campato in aria.

Primo, perché in Italia i tributi sono così numerosi che la gente non sa neppure a quali istituzioni e a quali scopi vanno destinate le tasse che paga. Basti pensare che la sanità viene pagata con l’Irap (che c’azzecca? verrebbe da obiettare in dipietrese).
Secondo, perché un sindaco potrebbe decidere di rastrellare danaro a go-gò, per opere discutibili, e non ricandidarsi alle elezioni successive.
Terzo, perché un sindaco già al secondo mandato, e quindi impossibilitato a concorrere per il terzo, potrebbe coprire di imposte i suoi concittadini senza rischiare una benché minima sanzione elettorale.
Quarto, perché anche chi volesse trasferirsi in un Comune meno opprimente (soluzione suggerita da Renzi) non avrebbe l’opportunità di farlo: vendere casa in Italia, con una tassazione quasi da esproprio, ora è più difficile di una conversazione con un tassista cinese a digiuno di inglese. A meno che uno non decida di svendere o regalare l’abitazione, il che non sarebbe poi tanto facile.

Conclusione. Affidare ai Comuni una potestà fiscale senza freni significherà assestare il colpo finale alle imprese e alle famiglie italiane. Non solo si ridurrà ulteriormente la liquidità dei cittadini, ma crollerà il valore di ogni bene posseduto. Tutti più poveri in nome della beata autonomia fiscale. Prospettiva che farà rimpiangere gli attuali cali annui del Pil, perché, a furia di tartassare, il Pil precipiterà come un aereo senza carburante. Renzi ha fatto il sindaco, conosce la materia. Provveda sùbito a mettere un tetto alle addizionali comunali. L’opinione pubblica potrebbe attribuire direttamente a lui la responsabilità delle continue stangate locali. In tal caso, neppure le requisitorie contro il liberismo, contrabbandato come la causa di ogni malefatta, potrebbero placare l’esercito dei contribuenti (onesti). Ps. Non abbiamo messo in preventivo la botta che arriverà prossimamente dalla riforma del catasto. Insomma. Il Signore ci salvi.

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