Martedì 26 Marzo 2019 | 18:07

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All’inizio fu la Lega della secessione. Intollerante e xenofoba. Anche esteticamente disturbante. Chi non ricorda gli slogan degli anni Novanta del secolo scorso contro la “Roma ladrona”, i meridionali straccioni, sfaticati e succhia soldi, gli immigrati da mitragliare prima che i loro barconi giungano a riva. Di questa cultura interprete principale era un valligiano dai modi che assomigliavano al contadino delle rappresentazioni popolari: “scarpe grosse e cervello fino”. Quell’Umberto Bossi che attraverso l’intesa con Silvio Berlusconi portò il suo popolo dalle valli del varesotto alla conquista del centro della pianura padana, a Milano. Non più la capitale morale ma pur sempre la capitale economica del paese. Ed era questo, per come sono andate poi le cose negli anni a seguire, che forse interessava di più all’Umberto Bossi.

E siccome nell’alleanza di centro destra non è che tutti fossero d’accordo per la secessione, la Lega, favorita anche dagli errori, dalle paure e dalle incertezze della sinistra, scelse una strada di mezzo: il federalismo. Fu così che i bravi scolaretti di Bossi riuscirono a far passare, sin dai governi che si alternarono a partire dal 2001, tutta una serie di politiche che consentirono in maniera indolore che si realizzasse la più clamorosa spaccatura sociale tra nord e sud del paese.

Grande impresa quella di Bossi, capace non solo di controllare con suoi uomini ministeri chiave, ma anche di far eleggere alla presidenza delle tre regioni più importanti del nord, Lombardia, Piemonte e Veneto, tre suoi uomini. Il progetto di una Padania solidamente attaccata al treno dell’Europa che con una semplice accelerata staccava, liberandosene, i vagoni del vecchiume meridionale sembrava bell’e fatto. Non ci fossero state una crisi economica di portata epocale, lo sfratto di Berlusconi da Palazzo Chigi del novembre 2011, ma soprattutto il terribile caso di “tengo f amiglia” del Senatur, intrappolato dalle milionarie miserie famigliari di figli, moglie e “badante”, e delle disinvolte gestioni finanziarie del tesoriere della Lega Francesco Belsito, tutto sarebbe filato liscio come l’olio. Invece il sistema s’inceppò. E per la Lega fu un terremoto. Bossì fu inesorabilmente “ramazzato” e ibernato, il partito ebbe un travaso elettorale sino a perdere capisaldi storici. Al morbo della “Roma ladrona” si era infettata inesorabilmente anche la Lega.

A cercare di ricostruire una credibilità che sembrava irrimediabilmente compromessa, da qualche mese ha fatto irruzione sulla scena della politica italiana un altro Matteo. Non è il Renzi del 40,8 per cento,ma Salvini (anche lui fa di nome Matteo), il nuovo segretario della Lega, è bravo come l’altro Matteo nell’occupare gli spazi televisivi. Li occupa così tanto che se all’epoca di Bossi apparivano anche altri esponenti, da Maroni a Calderoli tanto per citarne un paio, offrendo un’immagine di partito più articolata, oggi in video dalla mattina alla sera e in tutti i talk show o i telegiornali, c’è solo lui. Il dubbio che il dato dei sondaggi, che lo danno in crescita di consensi insieme all’altro Matteo, il Renzi del Pd, sia influenzato dall’inflazione di apparizioni televisive e comparsate varie (anche quelle finite male) c’è tutto per intero.

L’obbiettivo di Salvini però non è solo quello di far cambiare pelle alla Lega. Sotterrata la secessione, messo da parte il federalismo che così come era stato configurato nelle sue prime esperienze aveva fatto solo danni, ha cominciato ad allargare i confini della sua area d’influenza. Non solo più Lega Nord, ma ipotizzando con le sue incursioni in altre parti del paese una sorta di “Lega Nazionale”, con ciò intendendo contendere all’altro Matteo, quello del Pd, il traguardo della formazione di un grande “par tito della nazione”. Ovviamente deve farlo in alternativa a ciò che pensa Renzi, ed ecco la novità: se Berlusconi parlava alla pancia degli italiani, lui scende ancora più giù, nelle viscere. Trasformando in atti politici la reazione scomposta di larghi strati popolari, tipica delle situazioni di profonda crisi economica e di sfilacciamento sociale. Come la classica caccia all’untore, la Lega di Salvini se la prende con gli immigrati clandestini che portano sporcizia e malattie e tolgono il lavoro e le case popolari ai nostri disoccuparti, o accusa l’euro di essere la madre di tutti i nostri guai.

E per non farsi mancare nulla propone un referendum per abrogare la legge Fornero sulle pensioni (che la Cgil dice di poter appoggiare). Non si può parlare di completa mutazione genetica, come quella che Renzi vorrebbe imporre al Pd, perché la Lega di Salvini, anche per il collegamento con Casa Pound, xenofoba e razzista era e tale resta, ma che anche il Matteo di Milano, per le battaglie che sta mettendo in campo, si stia giocando la partita della vita, questo è sotto gli occhi di tutti. Perdurando le divisioni del centro destra, ormai irrecuperabile l’appeal di Berlusconi, inaffidabile il ruolo di Grillo per i suoi continui “go and stop” e i sempre più inefficaci i provvedimenti del governo per risolvere la crisi economica, di fronte a Salvini, il Le Pen della Madonnina, si potrebbe aprire una prateria.

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