Mercoledì 20 Marzo 2019 | 14:28

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Tre ore e mezza è durata la deposizione, in qualità di testimone, del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano nell’ambito del processo sulla presunta trattativa Stato-mafia. Un fatto eccezionale, con il procuratore di Palermo e i pm del pool, saliti al Quirinale per ascoltare il presidente. Una questione delicata in cui si intersecano tre vari livelli: quello processuale, nel rispetto della separazione dei poteri, che rappresenta il fondamento dello stato di diritto; quello istituzionale, con la presidenza della Repubblica «tirata» in ballo, sebbene semplicemente come testimone, in un processo di mafia; e quello prettamente politico. Con le ricadute, inevitabili, nello scontro tra i partiti.

Con il presidente della Repubblica, «sotto assedio», per il ruolo politico e istituzionale assunto negli ultimi anni, nel tentativo di dare un «ancoraggio » ad un Paese che appariva, e in parte continua ad esserlo, senza bussola e senza punti di riferimento. La deposizione «chiusa», senza la presenza della stampa, ha finito paradossalmente - ma era abbastanza prevedibile - con il gettare ombre sulla ricostruzione della giornata. Con gli avvocati difensori che, nelle dichiarazioni, hanno perorato la propria causa. Anche con il riferimento al presidente che si sarebbe avvalso della facoltà di non rispondere, per il diritto di riservatezza delle prerogative istituzionali, su questioni più «esterne» rispetto alla materia concordata.
Pronta la replica del Quirinale che ha smentito queste illazioni, confermando che Napolitano avrebbe risposto a tutte le domande. Sulla verità dei fatti, il processo farà il suo corso. Pare, a sentire gli avvocati, che durante la deposizione e le domande, non sia mai stata pronunciata la parola «trattativa».

E il procuratore capo di Palermo, Leonardi Agusci, ha rilevato che «con il capo dello Stato c’è stato un clima di grande collaborazione e di grande serenità, il Presidente della Repubblica ha risposto in modo esauriente a tutto quello che gi è stato chiesto da parte nostra».
Di parere diverso il legale di Riina che ha giudicato «molto generico», il discorso di Napolitano sulla lettera nella quale il suo consigliere giuridico D’Am - brosio gli avrebbe rilevato il timore di «avere fatto da scudo di indicibili accordi».

Napolitano, secondo le ricostruzioni, ha confermato di non «avere mai saputo di patti», ha difeso l’ono - rabilità di D’Ambrosio, e sulla lettera ha confermato, come aveva già detto in passato, di non conoscere altri dettagli. Mentre il presidente della Corte d’assise avrebbe respinto alcune domande sui rapporti tra Napolitano e Oscar Luigi Scalfaro, allora capo dello Stato. Cosa resta della giornata di ieri? È un pagina di storia, che va al di là del processo, poiché il Capo dello Stato con la sua deposizione ha ridato luce alla separazione dei poteri e degli ordini dello Stato. Che rappresenta il fondamento della democrazia liberale. Anche se avere, in qualche modo, accostato il presidente della Repubblica con una delle fasi più oscure, torbide e sanguinose della storia recente del Paese, suscita un senso di disagio.

E che la questione dovesse, inevitabilmente, suscitare una «lettura» politica, emerge dalla dichiarazioni dei partiti. Con il Pd che esalta il senso dello Stato del presidente; il Ncd che, con Quagliariello, parla di «giornata di ordinaria follia del Paese», con Gasparri (FI), per il quale «mentre il presidente ha subito attacchi del tutto inopportuni, nulla si fece nella fase ‘92-‘93. Di parere diverso il M5S: il presidente «non contribuisce alla verità». E qualche grillino ne chiede le dimissioni. Resta inevasa la domanda sui lati oscuri del Potere. Può un sistema democratico escludere che in casi estremi i governi decidano di muoversi sul filo, in nome di un fine superiore o di un male minore? Napolitano non c’entra. Nella vicenda è solo un testimone. Ma la domanda rimane.

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