Martedì 26 Marzo 2019 | 18:05

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Compie due anni, oggi, l’autorizzazione integrata ambientale rilasciata all’Ilva in fretta e furia dall’allora ministro dell’Ambiente Corrado Clini il 26 ottobre del 2012 nel disperato tentativo di arginare l’iniziativa della magistratura tarantina, decisa a porre fine alle emissioni fonte di malattia e morte per operai e cittadini. Due anni trascorsi invano. Basta rileggersi i discorsi di quei giorni, i proclami di chi sosteneva che nulla sarebbe stato come prima (un prima che peraltro nessuno aveva mai conosciuto nelle sue reali e drammatiche dimensioni), e poi affacciarsi su via Roma oppure passare dinanzi alla scuola Deledda dei Tamburi per rendersi conto del grande inganno consumato ai danni dei tarantini e della città di Taranto.

Nessuno ha la bacchetta magica in grado di risolvere problemi che si trascinano da mezzo secolo, è vero, ma allora perché mettere per iscritto e poi annunciare che nell’aprile del 2013 sarebbero partiti i lavori di copertura dei parchi minerali, l’opera più importante, oltre che simbolica, prevista nell’Aia, avendo piena consapevolezza che si sarebbe trattato soltanto dell’ennesimo spot. I parchi minerali continuano ad essere scoperti e malgrado una rete abusivamente installata continuano a imbrattare case e polmoni di chi abita ai Tamburi, visto che peraltro ora ospitano molte più materie prime rispetto ai mesi nei quali lo stabilimento fu gestito osservando le disposizioni dei custodi giudiziari.

Ora attendiamo. Che ancora una volta la magistratura risolva problemi che la politica non sa, non vuole affrontare. E che riparta l’assalto alla stessa magistratura, «colpevole» di applicare la legge che nel caso Ilva appare sospesa da due anni.

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