Domenica 24 Marzo 2019 | 05:47

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Ce la farà il turbopremier a varare la nuova legge elettorale per riconvocare gli italiani alle urne nella primavera 2015? Matteo Renzi sta facendo il diavolo a quattro per riuscire nell’impresa: una manovra economica ammiccante, con altri 80 euro (stavolta alle neomamme) da «spendere» in campagna elettorale; l’accelerazione sulle nuove regole del voto, con la promessa (all’ex Cavaliere) di non mortificare il capo dell’opposizione sia sotto il profilo politico che aziendale; l’offensiva contro l’Europa del rigore in nome dell’Europa della crescita; l’occhiolino al popolo di centrodestra, accompagnato da fendenti sulla sinistra estrema; l’accresciuta visibilità sullo schermo (in verità cospicua da sempre) privilegiando le trasmissioni nazional-popolari anziché le tele-poltrone del politichese. Solo uno spettatore distratto o un marziano sbarcato dallo spazio potrebbero sottovalutare la linea dell’apertura quotidiana di un fronte dopo l’altro, da parte del Rottamatore fiorentino. Linea rafforzata dalle notizie demoscopiche, che danno il presidente del Consiglio su cifre elettorali che la stessa Angela Merkel sognerebbe solo di notte.

Ma Renzi è il primo a sapere che il livello di certe prestazioni, anche in politica, non può durare all’infinito. Neppure se si possiede la resistenza di un Rocco Siffredi, o se si fa incetta industriale di pillole magiche. Prima o poi l’incantesimo svanisce, anche perché - direbbe il mitico Gianni Brera (1919-1992) - le folle elettorali sono volatili, instabili come femmine incontentabili: prima o poi sceglieranno un uomo che oltre a comprenderle sia capace di prenderle meglio.
 

Affrettare le tappe sulla riforma elettorale equivale, quasi, a prenotare la data del voto anticipato. Infatti. Nel momento stesso in cui fossero approvate le nuove regole del gioco, l’attuale Parlamento apparirebbe più delegittimato di Massimo Moratti dopo la velenosa cartolina dedicatagli dall’allenatore interista Walter Mazzarri. Lo scioglimento delle Camere scatterebbe automatico, con buona pace di quanti speravano di chiudere il mandato da deputato, o da senatore, nel lontano 2018.

Sono, innanzitutto, i deludenti numeri dell’economia a tenere in apprensione Renzi suggerendogli, di conseguenza, di capitalizzare, alla velocità di un Bill Gates, il combinato disposto tra un marchio giovanile come la start-up della Leopolda e un marchio più attempato come la Ditta del Pd. Nella prossima primavera si potrà imbastire una campagna elettorale all’insegna dell’offensiva anti-tedesca e dei benefit che giungeranno dalla legge di stabilità. Ma dopo? Rimarrebbe ancora alto l’indice di gradimento per Renzi anche in caso di ulteriori cedimenti del Prodotto interno lordo?

Adesso o mai più, pensa il giovane titolare di Palazzo Chigi. Anche perché non gli capiterà spesso di ritrovarsi circondato da leader, avversari o rivali, ora dimezzati ora azzoppati, ora improponibili ora incredibili. Certo, Renzi vuole tutta la posta, ecco perché punta a un sistema elettorale che dia la maggioranza assoluta dei seggi al partito, non più alla coalizione vincente. Una richiesta da diva di Hollywood. Ma non è escluso che il magnate di Arcore alla fine accetti di capitolare in cambio, accennavamo, di contropartite non solo di natura politica.

Ciò detto, non sarà semplice per ser Matteo, anzi per sir Matteo, istituzionalizzare il cosiddetto modello Westminster (a Londra il premier è anche il leader del partito di maggioranza): sia per la controffensiva della minoranza interna del Pd, sempre più insofferente verso il primadonnismo del capo; sia per la reazione che, quasi fisiologicamente, scatterà anche nelle altre forze politiche. A dire il vero, per Renzi, una via a portata di mano per tagliare il traguardo elettorale ci sarebbe: andare a votare con il cosiddetto Consultellum, ossia con l’antica nuova legge elettorale proporzionale (in vigore) che non incentiva accordi e accorpamenti. Ma per Renzi, il voto proporzionale sarebbe un’uscita d’insicurezza anziché un’uscita di sicurezza. Con la proporzionale l’attuale capo del governo si ritroverebbe in difficoltà, nel formare la successiva coalizione, anche se alle elezioni politiche toccasse quota 45 per cento.

Il punto. Molti dei progetti elettorali di Renzi dipendono da Silvio Berlusconi che, a sua volta, non è più il padre padrone di un tempo all’interno di Forza Italia. Se, in materia di riforme, Berlusconi assecondasse i desiderata del premier, non ci sarebbe storia. Persino un’eventuale scissione piddina, da sinistra, a Renzi farebbe né caldo né freddo. Anzi gli farebbe gioco in vista dell’obiettivo del Partito della Nazione. Ma Berlusconi rispetterà fino in fondo gli accordi abbozzati nel Patto del Nazareno? E lo stesso Renzi sarà in grado di rispettarli? In politica, si sa, basta un nonnulla per mandare gambe all’aria anche i tavoli più solidi. Sulla giustizia si sono già verificati i primi attriti, e non è detto che non debbano manifestarsi altre frizioni in corso d’opera.

Insomma. Quella del primo ministro è una corsa contro il tempo per anticipare la verifica elettorale. E forse conviene anche al Paese affrettare questo super-test, questo mega-referendum su Renzi e renzismo. Una campagna elettorale permanente fino al 2016, o addirittura fino al 2018, non la reggerebbe nessuno, anche perché, nel frattempo, nessuno avrebbe la forza di approvare ciò che davvero serve per ripartire: misure, per snellire gli apparati pubblici, più dolorose di un intervento chirurgico senza anestesia.

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