Martedì 26 Marzo 2019 | 03:50

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Il fenomeno Matteo scuote anche il sindacato

di Vittorio B. Stamerra

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Nessuno si sogni di paragonare la manifestazione nazionale di sabato prossimo a Roma indetta dalla Cgil per protestare contro l’ipotesi di modificare l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, con l’analoga iniziativa del 2002, quando la confederazione allora guidato da Sergio Cofferati mobilitò nella Capitale oltre tre milioni e mezzo di persone.

Quella era un’altra Italia. Ed in piazza, insieme alla Cgil, scese anche il partito dei Democratici di Sinistra che allora contava centinaia e centinaia di migliaia di iscritti. Fu anche una mobilitazione di tutto il centrosinistra, all’epoca all’opposizione, contro il centrodestra e il suo governo, il secondo presieduto da Silvio Berlusconi.
 

Se solo mettiamo in conto che il Pd, che ha ereditato quei Ds che allora in massa scesero in piazza con la Cgil, oggi è alla guida del governo che ha ottenuto la delega a trasformare (o cancellare? ancora non è chiaro) l’art. 18, prevedere che all’iniziativa di sabato prossimo non parteciperà la stessa immensa folla di dodici anni fa, è più che realistico. E poi non è la prova muscolare quello che conta.

Senza qui volere entrare nel merito dell’azione del governo Renzi, è fuori discussione che il modo con cui l’ex sindaco di Firenze sta caratterizzando la sua presenza a Palazzo Chigi, ivi compresi i rapporti, inesistenti, con il sindacato, sta segnando una pietra miliare. In fatto di velocità e di autonomia nelle decisioni, il ritmo imposto da Matteo Renzi ha imposto ai partiti e alle forze sociali la necessità di profondi e radicali cambiamenti. A prescindere dai risultati, che sono una storia a parte. Che l’aria è cambiata se n’è resa conto la politica, a cominciare dalla stessa sinistra del Pd che ancora è intontita dal ko, se ne devono accorgere anche le rappresentanze sociali, tutte, a cominciare dal sindacato. Renzi, in perfetto stile più che populista direi intriso di “peronismo”, non ama le barriere e le mediazioni tra lui e il popolo, la gente. Sa bene che corre un grande rischio e, non solo nella Rete, le analogie tra i suoi atteggiamenti e antiche sventure istituzionali già sorgono, ma lo accetta perché è consapevole che, per la maniera come ha conquistato il potere, è obbligato a correrlo. E nonostante i negativi risultati in economia, e l’insufficienza complessiva del suo governo, la sua tecnica comunicativa è però ancora così efficiente che il consenso della gente non gli è venuto meno.

Anche di questo deve tenere conto oggi il sindacato. L’epoca dei collateralismi, almeno di quelli tradizionali, con Renzi è finita davvero. Ne sopravvive solo qualche scoria, ma è talmente marginale che non produce effetti significativi sul piano politico. Vadano pure in piazza con la Cgil Bersani o D’Alema, oppure Civati, la loro scelta avrà solo il valore di una testimonianza: non cambierà di un millimetro le scelte di Renzi. Così come ancor meno valgono più le strizzatine d’occhio tra sindacati, o parti di essi, e governi amici di antica memoria. Un metodo usato negli anni della cosiddetta Prima Repubblica, soprattutto da democristiani e socialisti, per controbilanciare in qualche modo il peso, anche politico, della Cgil nei conflitti sindacali e sociali. Per la verità, da parte della Cisl e della Uil, si è tentato di farlo anche più recentemente, negli anni dei governi berlusconiani, o nelle vertenze con Marchionne, ma inutilmente. Nonostante le spaccature e i tentativi di isolamento, la Cgil è stata comunque capace di resistere e di mantenere una sua supremazia, pur in un contesto di sostanziale marginalità di tutto il movimento dei lavoratori.

La situazione generale del paese, i sentimenti della gente, la caduta del collante ideologico e del collateralismo, le nuove categorie e forme del lavoro, la crisi delle tradizionali organizzazioni di partito e le nuove tendenze del fare politica, impongono anche al sindacato di adeguarsi a questa nuova realtà. Per il movimento dei lavoratori è giunto il momento di capire che in un siffatto contesto è molto più facile, ed efficace, stare insieme, sia pure rinnovandosi profondamente negli uomini e nelle strutture, che dividersi. Quanto più la politica tende ad aspirazioni populiste e maggioritarie (e sappiamo che spesso riescono), tanto più occorre rinserrare le fila. Questo non significa che vanno seppellite le storie, le differenze e i valori, ma che ispirandosi al bene comune del lavoro, comunque oggi espresso, sono possibili le più ampie e realistiche convergenze.

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