Giovedì 21 Marzo 2019 | 06:18

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Matera una città in fibrillazione come solo si vede allo stadio quando la squadra del cuore ha vinto e un presidente della Regione che piange peggio di una fontana, un sindaco emozionatissimo. Sono le immagini di un popolo che non ha perso ancora il senso dell’umano e della semplicità. Così io ricorderò l’annuncio di Matera capitale della cultura europea per il 2019 dato dal ministro Franceschini. Come il segno di una regione che non si è montata la testa, nonostante sia la produttrice della maggiore pompa di petrolio oggi offerta all’Italia e del più importante fiume d’acqua dolce offerto alla Puglia. Leggo da più parti che erano interessanti i programmi presentati alla Commissione europea, che i commissari giunti a Matera sono stati investiti dalla festosità della cittadina, invitati a pranzo in case di privati e non nei ristoranti. Ma credo nel mix, tra ciò che i materani hanno costruito oggi e nell’immagine e nel modo di essere che la città si è ritrovata in cento anni di vita culturale e sociale. Proverò a spiegare il concetto.

Va detto intanto che la Commissione europea non cerca metropoli né solo bellezze monumentali e paesaggistiche, ma quell’insieme di monumentale e di umano che fa di un centro una comunità viva e attiva e legata in qualche misura alla tradizione. Bisogna partire dalle descrizioni di Levi, dalla grande attività culturale espressa per tanti decenni da un uomo battagliero come Leonardo Sacco e dalla sua «Basilicata», da ciò che hanno saputo costruire a partire dal dopoguerra, i Lacorazza e i De Ruggiero, i Palumbo, penso a «La Scaletta», che fu ed è un luogo di incontro e di approdo di tutta l’intellettualità italiana. Ma penso alla grande storia cui ha dato vita Adriano Olivetti approdato quaggiù e pronto a mettere in piedi il miracolo del villaggio La Martella e le edizioni-Gruppo di Comunità che hanno visto passare per Matera il fior fiore della cultura nazionale disposta all’innovazione.

È così che si costruisce l’immagine di una città, che hanno contribuito poi a diffondere i grandi cineasti, da Pasolini a Mel Gibson. Ma un conto è la diffusione di un’immagine, un altro è la costruzione di una cultura, di un sistema di vita e di un modo di essere e di vivere. Su questo binario, ad esempio, io vedo Lecce, più di Bari o di Benevento o di Potenza, con la sua cultura secolare e soprattutto con la riscoperta di valori aggregativi quali sono le librerie, i gruppi, le botteghe dei cartapestai, l’artigianato, la difesa della pizzica e del tarantismo. Lecce non è metropoli e non è borgo, ma è entrambe le cose insieme, grazie a un’idea di vita semplice e che non ha perso i valori della tradizione. L’Europa cerca i valori dell’umano, in un tempo in cui l’umano è andato del tutto perduto. L’Europa cerca l’innovazione all’interno del rispetto del passato. E Matera, come Lecce, credo che questi valori li offra, perché è una città poetica e vicina alla cultura lirica dei lucani ma fortemente addestrata al commercio e al dialogo con la modernità grazie alla sua anima pugliese. Modi di essere propri di tutte le comunità della murgia, Altamura, Gravina, Santeramo, Laterza, Irsina, che hanno colto l’importanza della candidatura e si sono gettate nell’impresa aderendo al progetto materano.

Poesia e commercio. Saranno cento, o centotrenta i milioni che giungeranno da Bruxelles? Saranno quelli che saranno, ormai la ridda di cifre è incontenibile. Io dico che vanno presi a modello i materani, le loro organizzazioni culturali che nel rispetto delle individualità non si fanno guerra al momento opportuno, si sentono cittadini di una città che non pensa solo a se stessa ma a un’intera regione. E condivido la felicità di uomini come Raffaello De Ruggiero, che dice: «Ho sposato con mia moglie la mia città» e che dopo aver lavorato per «La Scaletta« e dopo aver sostenuto Matera come città del restauro si è inventato la fondazione «Zetema», per la salvaguardia dei beni culturali. Una città è fatta dai suoi uomini e io amo le città quando ho imparato ad amarne i suoi abitatori. E credo che allo stesso modo si siano comportati i commissari europei.

La Lucania ha provato in questi anni a scommettere sulla cultura e sulla difesa della tradizione. Ha puntato certamente sulla film commission e sulla diffusione del suo sky line attraverso la cinematografia, ma ha scommesso anche sulla valorizzazione dei suoi monumenti, anche se molto resta da fare, ha puntato su organizzazioni arcaiche offerte alla modernità, le forme del carnevale pastorale di Aliano e Tricarico, le manifestazioni dell’organizzazione culturale, come i premi Basilicata e Carlo Levi, l’università, la fioritura di una narrativa giovane, la processione dei misteri di Barile e di Melfi, quelle della Madonna di Viggiano, della Bruna e dei Turchi. E ha difeso la cultura dei calanchi e delle montagne, il silenzio delle piccole comunità, delle sue madonne lignee trecentesche e delle sue tradizioni. Matera ha vinto per il lieve senso di ritardo che cogliamo nelle sue strade, nel suo silenzio, nella provincia che la circonda. Per il suo essere una perla imperfetta nell’ostrica dei calanchi e delle colline.

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