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Gira e rigira, l’atteggiamento dei governi nei confronti del mercato, cioè dell’economia, non cambia mai. Se il mercato si muove, i governi lo tassano. Se il mercato continua a muoversi, i governi lo regolarizzano. Se il mercato si ferma, i governi lo sovvenzionano. Infatti, l’economia italiana è, contemporaneamente, la più indifesa e la più assistita del pianeta. E quando si ripropone il tam tam di una nuova politica industriale, il pensiero non corre alla liberalizzazione dei settori protetti, bensì a una bella infornata di incentivi e sovvenzioni (varie).

La stessa filosofia gattopardesca, o ghepardesca (ossia più veloce), sovrintende al problema della tassazione. I governi italiani (compreso l’esecutivo in carica) non hanno la forza di tagliare la spesa pubblica improduttiva. Temono contraccolpi elettorali e conseguenze politiche. Perciò preferiscono la via del prelievo fiscale, che ha il pregio (si fa per dire) di spalmare il suo carico di sacrifìci, con relativo rischio elettorale, su una platea più vasta di contribuenti. Della serie: mal comune, mezzo gaudio. Principio che vale pure in politica.

Ma anche i governi più machiavellici sanno di non poter esagerare nelle pretese fiscali. Infatti, non appena si accorgono che il piatto piange e che l’umore dell’opinione pubblica non è rassicurante, si rifugiano, per così dire, in calcio d’angolo. Due uscite di sicurezza, da percorrere ad anni alterni: una volta si modifica la denominazione del prelievo impositivo, lasciando intendere di semplificare la matassa fiscale a beneficio dei cittadini; una volta si tagliano le risorse a Regioni e Comuni, concedendo loro però la possibilità di rivalersi fiscalmente sui loro territori (in gergo: traslazione di imposte). In entrambi i casi (nuovo nome dei balzelli e tagli agli enti locali) il prodotto, il risultato, non cambia: cresce la pressione tributaria.

Sostiene Matteo Renzi che le Regioni non devono alzare la voce se il governo sottrae loro una mezza dozzina di miliardi. Le Regioni - dice Renzi - sono il regno dello spreco, quindi sanno dove fare pulizia senza dover alzare le tasse per la popolazione.

Che le Regioni non siano un esempio di rigore finanziario non ci piove. Basti pensare al fatto che subito dopo la riforma del Titolo Quinto della Costituzione (2001) il debito pubblico è schizzato in alto come un jet, passando in una decina d’anni da 1.300 a 2.000 miliardi di euro. E meno male che l’ideona del federalismo fiscale caro alla Lega Nord si è fermata (anche a causa, indirettamente, del Fiscal Compact europeo voluto da Angela Merkel), altrimenti i conti pubblici avrebbero toccato abissi da incubo.

Ma Renzi è il primo a sapere che, anche se lo volessero, le Regioni non sarebbero in grado di tagliare immediatamente, intervenendo sugli sprechi, la cifra che il governo intende togliere loro. Di conseguenza, le Regioni saranno costrette ad aumentare le tasse, pena l’abolizione di servizi pubblici essenziali. Si dirà: nelle regioni ci sono enti, agenzie inutili a volontà, basterebbe segarli senza pietà. È vero. Ma neppure un Sergio Marchionne catapultato nelle Regioni italiane sarebbe in grado di portare a termine un così incisivo programma di risanamento. Dopo un paio di settimane il top manager dell’auto si vedrebbe obbligato a gettare la spugna.

A Renzi importa poco o punto che le Regioni si rifaranno sui portafogli dei cittadini. A lui serve dimostrare che il governo mantiene gli impegni con le imprese, abbattendo l’Irap e riducendo il costo del lavoro per i neoassunti. A Renzi importa poco che il vecchio elettorato di riferimento della sinistra possa manifestare sconcerto per le misure vessatorie sulle Regioni (molte dirette proprio da presidenti di centrosinistra). A Renzi preme molto che i nuovi e vecchi mestieri autonomi lo considerino un amico. Non era il partito della nazione, replay della vecchia Democrazia cristiana, la segreta ambizione del rottamatore fiorentino? Bene. La manovra economica renziana va in questa direzione, punta proprio a scombussolare e rimescolare i tradizionali elettorati di riferimento di destra e sinistra, per formare e forgiare tipologie aggregative inedite.

L’altro ieri abbiamo sostenuto che Renzi ha varato una legge di stabilità di sapore elettorale. Sì, una mossa preelettorale in entrambi i casi: sia se nella primavera 2015 gli italiani saranno richiamati anticipatamente alle urne per rinnovare anche Camera e Senato; sia se nella primavera 2015 saranno chiamati a eleggere soltanto i componenti dei Consigli regionali in scadenza.

Se Renzi avesse voluto davvero incidere sulla finanza locale in modo strutturale avrebbe potuto raccogliere l’assist di Piero Fassino, sindaco di Torino e presidente dell’Anci (Associazione dei Comuni italiani), che ha proposto di accorpare i centri inferiori a 15mila anni. È dagli anni del Duce che non si verificano fusioni tra i micro-paesi della Penisola. Sarebbe ora di ricominciare. Così come sarebbe ora di ritoccare verso il basso anche il numero (20) delle Regioni.

Renzi ha preferito sorvolare su questi due capitoli. Ma così facendo non si arresterà mai la solita giostra: tasse a raffica, ora decise dal governo centrale, ora dalle amministrazioni periferiche. Nel frattempo il debito volerà ancora, l’economia precipiterà, e i signori della classe politica continueranno a brillare nell’attività che loro riesce meglio: quella dello scaricabarile.

giuseppe.detomaso@gazzettamezzogiorno

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