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Era ora. Una volta tanto vince il Sud e sarà Matera la capitale europea della cultura nel 2019, in coppia con la città bulgara di Plovdiv. L’annuncio poco dopo le 17 di ieri, a las cinco de la tarde sul meridiano della poesia caro a García Lorca e all’ispanico-materano Rafael Alberti. Un moto di entusiasmo ha salutato la notizia nella città lucana e sui social network. Su Twitter nel giro di pochi minuti #Matera2019 è diventato l’hashtag più «cinguettato», festeggiato e affettuosamente parodiato. «La solita scelta sassista» o «Sasso pigliatutto», ha scherzato il giornalista leccese Pierpaolo Lala.

Già, Lecce. È una delle cinque città deluse nel torneo finale per la capitale culturale europea. Il Salento della pizzica e delle masserie, dei creativi e delle mine vaganti al cinema, ci aveva molto creduto, forse più di Cagliari, Siena, Perugia e Ravenna. Ed è giusto rendere l’onore delle armi all’impegno del sindaco Perrone e dell’intero staff di «Lecce 2019», come ieri ha fatto per primo il presidente pugliese Vendola.

La Puglia «perde» il titolo, ma può e deve guardare con fiducia all’orizzonte europeo del 2019. Matera non ha l’aeroporto, né una stazione connessa alla rete ferroviaria nazionale, né strutture alberghiere bastevoli ad accogliere i tanti turisti che, si spera, visiteranno nei prossimi anni la capitale culturale designata. Matera dista soltanto una sessantina di chilometri da Bari, cui è collegata da una strada in via di (lento) miglioramento: nel giro di un’ora al massimo condurrà dallo scalo di Palese o dal porto del capoluogo fino ai Sassi, con evidente reciproco vantaggio.

Soprattutto, il dossier di candidatura di Matera 2019 è stato presentato in nome di un’area più larga della sola città e persino della regione: dal Cilento all’Alta Murgia, al Pollino. Un dossier che ha persuaso i tredici commissari europei incaricati della decisione, visto che ben sette di loro hanno votato per Matera.

Insomma, è una buona notizia. Una delle pochissime per il Mezzogiorno che negli ultimi tempi si è quasi «estinto» nel discorso pubblico, tranne quando si parla di criminalità, come se «Gomorra» non fosse un mostro dalle mille teste, voraci nel Settentrione almeno quanto da noi. Perciò va reso merito al Comitato di Matera 2019 capitanato dal sindaco Salvatore Adduce e dal direttore Paolo Verri (un piemontese, mutatis mutandis, tanti anni dopo Carlo Levi di Cristo si è fermato a Eboli), affiancati dal presidente della Regione Marcello Pittella, dai curatori artistici Joseph Grima, Chris Torch e Agostino Riitano. Ancora, ecco Rossella Tarantino per le relazioni internazionali e un comitato scientifico «forte» in cui figurano Raffaello De Ruggieri, fondatore del Circolo «La Scaletta», Alberto Versace, Pietro Laureano, Franco Bianchini e Marta Ragozzino, soprintendente per i beni storici e artistici. Per non parlare dei numerosi volontari e agit-prop attivissimi su Facebook e Twitter.

Matera ha fatto un gran lavoro ed è partita in anticipo rispetto a Lecce e alle altre, puntando su uno slogan coraggioso, «Open Future», non in ostaggio del bellissimo cuore arcaico nei Sassi patrimonio dell’Unesco. Un «futuro aperto» che dovrebbe bloccare l’emorragia dei giovani in fuga dalla Basilicata, nonostante il buon profilo della sua Università appena trentennale. Le parole chiave del dossier lucano sono «passione», «cura», «frugalità», «ruralità», «silenzio» e «lentezza». Nel lessico e nei progetti cruciali (l’archivio etno-antropologico e la scuola di design) si coglie uno spirito «meridiano» che attinge dai classici Levi, Scotellaro, De Martino, Pasolini. Ma echeggiano anche i recenti studi di Laureano, Cassano e Arminio, o, per altri versi, la Basilicata coast to coast di Rocco Papaleo.

Matera come mediazione tra crescita e decrescita alla Latouche, fra città sostenibile e campagna rigenerata. Una scelta sapiente considerando il paesaggio e l’antropologia culturale, sebbene - abbiamo annotato qualche giorno fa - appaia leggermente «retrodatata» a fine anni ‘90-primi anni Zero. Tuttavia l’Europa in crisi profonda deve essersi fatta persuadere da una possibile «alternativa» lucana.

Che cosa comporta diventare una capitale della cultura? Di sicuro visibilità internazionale e, s’è detto, turismo dall’Italia e dall’estero. Poi infrastrutture materiali e digitali, restauri, interventi urbani etc, realizzati con risorse statali e degli enti locali. Matera prevede un budget di circa trenta milioni di euro articolati in un «Accordo di programma quadro», che potrebbe lievitare fino a raddoppiarsi. Mentre i proventi della «capitale» non si possono certo calcolare a priori.

Ma sarebbe un grave errore considerare la magnifica avventura della cultura «al servizio» del turismo e dell’economia, come non di rado è accaduto altrove (Puglia inclusa). Quel che conta per l’Unione europea è il tragitto di una comunità e quindi i processi che la designazione innesca. Nell’ottica di Bruxelles, pur con i suoi tristi anglicismi e i tic burocratici, la cultura è un’esperienza collettiva, non solo fatturato dell’indotto o consenso politico. In effetti Matera configura il paradigma di una «capitale umana» rinata nel dopoguerra, dopo secoli di miseria, grazie al risanamento dei Sassi.

Erano gli anni Cinquanta in cui l’economista Manlio Rossi Doria scriveva della «polpa» e dell’«osso» del Sud: da una parte le pianure e le coste fertili; dall’altra le aree interne e montane minacciata dal nulla, come l’ossificata Lucania. E se oggi invece provassimo a pensare che la polpa è l’osso? È fallito «lo sviluppo senza progresso» (Pasolini) e l’Europa pare cercare nelle distese lunari e nello sguardo nitido di Matera un’ipotesi di domani, un Open future, un suo perché. Vedremo.

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