Giovedì 21 Marzo 2019 | 02:10

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Il «golpe» di Beppe Grillo una sfida alla democrazia

di Giovanni Valentini
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di Giovanni Valentini

Mentre Matteo Renzi - piaccia o non piaccia – recupera consenso per sé e per il Pd, aumentando la fiducia personale dal 60 al 62% e portando il suo partito oltre il 41%, il M5S si abbandona a una deriva populista e golpista, invocando addirittura l’intervento dell’esercito per fermare il presidente del Consiglio. L’esercito, capite? Le forze armate contro il governo nominato dal Capo dello Stato e votato dal Parlamento: come nella Grecia dei colonnelli, nell’Egitto di Mubarak o in qualche Repubblica sudamericana.

Bisogna soffermarsi a riflettere su questa ennesima «boutade» di Beppe Grillo. Proviamo a immaginare per un attimo che cosa potrebbe accadere se i Carabinieri o altri reparti militari uscissero dalle caserme in assetto da combattimento, magari con i carri armati e gli autoblindo, per irrompere armi in pugno a palazzo Chigi e sequestrare o arrestare il presidente Renzi. Sarebbe un «golpe» in piena regola, una violazione delle regole democratiche, un salto nel buio del caos e dell’anarchia.

Pensate anche a come reagirebbe la comunità internazionale, dagli Stati Uniti ai partner europei. A come reagirebbero i mercati finanziari e gli investitori stranieri. E a come reagirebbero gli stessi elettori italiani che per i due terzi non votano il Movimento 5 Stelle e non si riconoscono nella leadership dell’ex comico. Con ogni probabilità, sarebbe l’inizio di una guerra civile che isolerebbe l’Italia dal contesto mondiale, provocando una catena interminabile di danni, contraccolpi e rovine.

Ma ci rendiamo ben conto di che cosa significa evocare lo spettro di un colpo di Stato, al giorno d’oggi, nel cuore dell’Europa e del Mediterraneo? Più che un atto di irresponsabilità, è una sfida alla democrazia. Tanto più grave e preoccupante perché proviene da una forza politica che s’è presentata alle elezioni, siede in Parlamento e nelle amministrazioni locali, rappresenta l’Italia a Strasburgo e a Bruxelles. Figuriamoci che cosa sarebbe capace di fare, se un giorno – per ipotesi – dovesse guidare il governo.

Può anche darsi che Grillo, quando ha istigato l’esercito alla ribellione contro il capo del governo, fosse ancora sotto gli effetti dell’indigestione da tartufo bianco (a 250 euro l’etto) che lo ha costretto ad arrivare in ritardo al raduno dei Cinquestelle al Circo Massimo di Roma. E magari, dovesse pure smaltire i fumi dell’alcol con cui probabilmente avrà innaffiato il lauto pasto. Ma ciò non toglie che la sortita golpista rimane un episodio inquietante e inammissibile da parte di un leader politico che pretenderebbe di non essere più considerato un comico.

Quello che più sorprende e colpisce è finora la mancata reazione dei suoi stessi seguaci, a cominciare naturalmente dai parlamentari. Non ha proprio niente da dire in proposito il vice-presidente della Camera, il moderato Luigi Di Maio, candidato alla sua successione? E tutti gli altri deputati e senatori, sono tutti d’accordo sull’appello all’esercito contro il governo in carica e quindi contro il Parlamento che gli ha accordato la fiducia?

Su questa strada pericolosa, il M5S si pone ormai come forza anti-sistema che punta a sovvertire l’ordine costituito. Non a correggerlo e riformarlo, com’è legittimo volere, ma a rovesciarlo manu militari con l’intervento delle forze armate. Magari con il rischio di ritrovarsi qualche generale in divisa, al posto del presidente della Repubblica o del presidente del Consiglio, che poi mette agli arresti tutti i parlamentari, compresi quelli a cinque stelle.

Non c’è protesta o rivendicazione popolare, ancorché fondata e condivisibile, che possa mai giustificare un’ipotesi autoritaria ed eversiva di questo genere. Sarebbe un’involuzione della nostra democrazia, non certo una crescita e un allargamento all’insegna della giustizia sociale né tantomeno della libertà. E come la storia purtroppo insegna, a rimetterci sarebbero sempre i più poveri e i più deboli, i meno garantiti.

Alle ultime elezioni europee, il M5S ha già perso circa tre milioni di voti fra i suoi elettori più consapevoli e responsabili, delusi dall’impotenza politica del Movimento, spaventati forse anche dal suo estremismo verbale. Senza contare i parlamentari, circa una quindicina, che ne sono usciti per trasferirsi nel gruppo misto. Ora, però, Beppe Grillo ha passato definitivamente il segno. C’è un limite invalicabile, proprio come quello che circonda le caserme delle forze armate, oltre il quale le parole diventano ordigni incendiari ed esplosivi. I Cinquestelle devono decidere una volta per tutte se vogliono contribuire a cambiare l’Italia nella democrazia oppure se vogliono precipitarla nel baratro del disordine e della regressione civile.

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