Martedì 26 Marzo 2019 | 10:55

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La notizia è fresca fresca e arriva dal Centro europeo per il controllo delle malattie (Ecdc): il sangue e gli organi di un paziente infetto possono trasmettere il virus Ebola sin dall’inizio della malattia, prima della comparsa dei sintomi. Fino a ieri un paziente si considerava infettivo dopo la comparsa dei sintomi e con una incubazione valutata in 21 giorni. Tutto a questo a conferma del fatto che sul temibile virus gli scienziati in realtà ne sanno ancora troppo poco e che solo ora, sotto la spinta dell’emergenza, sono stati finanziati e avviati nuovi e approfonditi studi.

Nonostante il virus sia comparso una quarantina d’anni fa, in realtà è stato affrontato come se fosse un problema circoscritto a qualche villaggio dell’Africa. Della serie se la vedessero loro. Per altro gli investimenti necessari a studi seri e per mettere a punto una cura o un vaccino non erano né nella disponibilità degli Stati africani coinvolti né erano convenienti per le grandi imprese farmaceutiche che avrebbero poi dovuto cedere, quasi gratis o comunque con ricavi irrisori essendo gli acquirenti Paesi in via di sviluppo, il frutto del loro lavoro.

E siamo qui a un punto dolente: il ruolo delle aziende farmaceutiche nella vicenda Ebola. Fino a oggi della malattia si è parlato poco e comunque in maniera non proporzionata al reale pericolo rappresentato da un virus semisconosciuto e ancora senza una cura efficace. La ragione è perché le multinazionali del farmaco hanno spinto poco sui grandi media che poi, a cascata, provocano la «notizia» su tutti gli altri. E questo non perché 8.000 infettati e quasi 4.000 mila morti in otto mesi non siano dati statistici inquietanti. Ma perché in questo momento le multinazionali non hanno nulla da vendere. Anzi, parlare in maniera ancora più ampia del virus non farebbe altro che mettere in evidenza i loro limiti.

Non fu così nel 2005-2006 quando scoppiò la grande paura dell’influenza aviaria. Malattia facilmente contagiosa, trasmessa all’uomo da molti volatili, compresi polli, anatre e simili, però molto più curabile che non l’Ebola. La massiccia campagna di stampa pompata dalle major delle supposte scatenò una sopravvalutazione del reale pericolo, mettendo in moto una gigantesca macchina della prevenzione con controlli minuziosi e, soprattutto, con l’acquisto da parte dei singoli Stati (e poi delle Regioni) di inutili quintali di dosi di vaccino. Milioni di euro spesi per farmaci che dovevano scongiurare una presunta pandemia e che invece sono finiti allo smaltimento rifiuti speciali. Negli aeroporti è rimasto ancora qualche cartello che indica la zona dei controlli e avverte di segnalare eventuali sintomi.

Oggi non ci sono vaccini né altre cure da vendere e - almeno da quel poco che è accaduto fuori dall’Africa - si capisce che l’unica salvezza è affidarsi alla sorte. Come per esempio sta facendo la povera infermiera spagnola che lotta tra la vita e la morte.

Proprio dalla vicenda della Spagna emerge un aspetto sul quale fino a questo momento c’è stato un inquietante silenzio. Come è noto, appena acclarato che la poveretta era stata infettata, non solo sono stati sottoposti a controlli tutti coloro che erano venuti a contatto con lei, ma è stato soppresso - fra mille proteste - il suo cane. Allora la domanda è: il virus Ebola si trasmette dall’uomo all’animale e viceversa? E da animale ad altro animale?

La scienza non sembra avere risposte certe in proposito, ma solo qualche supposizione. Però la questione non è da poco, visto che dall’Africa verso l’Europa non arrivano solo gli umani, ma anche molti volatili che certo non si fermano ai controlli negli aeroporti. Il virus potrebbe avere in Europa improvvise e devastanti impennate proprio a causa dei flussi migratori degli uccelli. Non si tratta di fare allarmismo, ma di attrezzarsi nella maniera migliore. Perché un virus di cui sappiamo ben poco, che non riusciamo a curare con gli attuali farmaci, è giusto che ci metta un po’ di paura, stante anche la nostra vita globalizzata. E questo senza prima aspettare che diventi un business appetibile per le multinazionali farmaceutiche.

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