Martedì 26 Marzo 2019 | 17:58

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di Giuseppe De Tomaso
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di Giuseppe De Tomaso

Il presidente del Consiglio ha annunciato che dal prossimo anno sparirà la babele di sigle sulla tassazione della casa. Una sola tassa, in grado di accorpare la Tasi, l’Imu, la Tari e via discorrendo. Verrebbe da commentare: «Era ora». Se non fosse che in Italia, da sempre, il cambio di nome di una tassa, soprattutto quando viene deciso per giustificare un accorpamento di balzelli precedenti, sfocia immancabilmente in un aumento del prelievo complessivo. Alla nuova dizione della stangatina non segue mai un taglio di imposizione. Anzi, siccome - insegnava Giulio Andreotti (1919-2014) - a pensare male si fa peccato, ma s’indovina, questa consolidata prassi predatoria autorizza a pensare che, non potendo dichiarare ai quattro venti un nuovo balzo della pressione fiscale sugli immobili, la classe politica preferisca ottenere il medesimo risultato (più soldi dai contribuenti) ricorrendo alle tecniche del marketing: si brevetta una nuova terminologia e il gioco è fatto.

Gli italiani se ne stanno accorgendo in questi giorni. Il pagamento della prima rata della Tasi richiede più euro della precedente Imu (più la Tares) sulla prima casa. Che dovesse andare a finire così, era scontato. Altrimenti perché la nomenklatura, che usa gli immobili come bancomat, avrebbe proceduto al maquillage sul nome se le entrate finali non avessero garantito un surplus di entrate: per gioco, per capriccio, per rappresaglia? No. I pubblici poteri lo hanno fatto per rastrellare altri soldi da destinare a una spesa pubblica impazzita, che nei prossimi anni salirà di altri 50 miliardi di euro.

E c’è da giurare che la voglia di quattrini da parte di uno Stato sempre più insaziabile si placherà solo quando nelle tasche dei contribuenti non resterà più nulla.

A proposito. Le tasse crescenti sulla casa, oltre a deprezzare il valore degli immobili e a deprimere lo stato d’animo dei proprietari, sta creando seri problemi a una fascia di cittadini impossibilitata a mantenere le proprie abitazioni, o a pagare le spese di successione in caso di eredità. Se in passato il possesso di una casa costituiva una fortuna, oggi rappresenta una sciagura. Se una volta il possesso di una casa somigliava a un credito, a un pacco di monete sonanti solo provvisoriamente appoggiato sui mattoni, ora il possesso di un alloggio somiglia a un incubo, a un debito difficilmente saldabile a causa della stasi (altro che Tasi) del mercato immobiliare. Insomma, una patrimoniale visibile e invisibile ha abbattuto i valori delle abitazioni, con la conseguenza che tutti si ritrovano più poveri.

E lo Stato? In teoria l’unico a non piangere dovrebbe essere lui. Ma fino a quando? È ancora prematuro tirare un bilancio sul pagamento della Tasi (prima rata entro metà ottobre, seconda rata a metà dicembre). Ma siamo sicuri che tutti onoreranno la scadenza? Quanti saranno i cosiddetti evasori per necessità o per sopravvivenza? I pensionati che vivono con poche centinaia di euro al mese dovranno fare i salti mortali per mettere assieme la cifra da versare. E gli inquilini? Anch’essi dovranno pagare parte della tassa (quella corrispondente alla vecchia Tares) sui servizi «indivisibili» dei Comuni. Il che potrebbe rappresentare un disincentivo, per gli affittuari, a chiedere ai proprietari un contratto come si deve. Vedremo. Comunque: quasi certamente riprenderà quota il mercato degli affitti in nero, con buona pace di tutti coloro che, giustamente, invocano e pretendono più legalità.

Ora. Come possa una nazione immaginare di ripartire sbriciolando il salvadanaio (risparmi in beni mobili e immobili) degli italiani è roba da maghi dell’enigmistica. Ma nel frattempo si continua a tassare e tartassare. Dove non può l’imposizione occulta (addizionali specifiche che raramente conquistano l’onore della cronaca mediatica), può l’imposizione palese riveduta e corretta da una nuova insegna nominalistica. E il trucco va avanti senza interruzioni.

Il primo vero test sulla popolarità (molto elevata) di Matteo Renzi dovrà essere effettuato dopo il pagamento della Tasi. Il premier non l’ha inventata lui. Se l’è trovata sulla scrivania. Certo, lui avrebbe potuto congelarla, ma i Comuni lo avrebbero crocifisso senza particolari crisi di coscienza. Ma buona parte dell’opinione pubblica non conosce la genesi di un provvedimento, né sa distinguere una tassa prevalentemente locale da una tassa squisitamente nazionale. Sa solo che le pretese del fisco sono come gli esami che non finiscono mai, e che a qualcuno bisogna pure attribuirne la responsabilità.

Ecco perché Renzi si gioca parecchio sull’effetto Tasi. Se, dopo il versamento della prima rata, e a maggior ragione dopo il pagamento della seconda a dicembre, il premier avrà mantenuto un alto indice di popolarità, non ci saranno Civati che tengano. Asfalterà, per dirla in renzese, chi gli si metterà di traverso. Al contrario, se l’effetto Tasi non gli gioverà, Renzi dovrà rivedere il suo programma e offrire un aperitivo anche a Susanna Camusso, da cui lo divide un fossato più profondo di quello che lo separa da Pier Luigi Bersani. Intanto, rifletterà sulle conseguenze inintenzionali che potrà generare l’unificazione, presumibilmente al rialzo, delle tasse sugli immobili, che egli ha in mente di realizzare.

giuseppe.detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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